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“Perché demolire tutto il ponte Morandi se quello che resta non fosse a rischio?”

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Vittorio Sgarbi

Vittorio Sgarbi

 

Crollo del ponte Morandi a Genova

Crollo del ponte Morandi a Genova

Roma – Riceviamo e pubblichiamo l’interpellanza al ministero dei Traporti di Vittorio Sgarbi – Il sottoscritto chiede di interpellare il ministro delle infrastrutture e dei trasporti, per sapere – premesso che

alle 11:36 del 14 agosto 2018 la sezione del viadotto Polcevera, noto anche come ponte Morandi (dal nome del progettista) che sovrasta la zona fluviale e industriale di Sampierdarena, lunga 149,12 metri, è crollata insieme al pilone di sostegno numero 9, provocando 43 vittime;

il Ponte Morandi, inaugurato nel 1967, è un bene dello Stato ed è universalmente considerato opera di grande pregio tecnico ed architettonico e di rilevante interesse storico e culturale, anche quale testimonianza delle capacità tecniche e di innovazione dell’Italia del dopoguerra;

come noto, il viadotto Polcevera è lungo complessivamente circa 1.120 metri ed è costituito da due parti principali di cui una strallata, lato levante, lunga circa 600 metri e divisa in tre sezioni sostenute da tre antenne (indicate 9, 10, 11), mentre la parte restante, lato ponente, è lunga circa 520 metri ed è costituita da impalcati con semplice appoggio su piloni;

la situazione ad oggi è che circa il 20 per cento del viadotto è crollato, un altro 20 per cento è sotto controllo, mentre il 60 per cento dell’opera persiste, ad un anno dal crollo, in condizioni apparentemente normali e comunque non diverse da quelle della grande maggioranza delle opere presenti sulla rete stradale italiana. Inoltre, le fondazioni dell’80 per cento dell’opera appaiono a vista del tutto integre ed in perfetta efficienza;

si è alla vigilia della demolizione integrale dell’opera, in particolare del viadotto lato ponente dalla pila 1 alla pila 8: demolizione integrale che costituisce quindi una perdita irreversibile per il patrimonio pubblico;

la demolizione e la ricostruzione nella stessa sede comportano la necessità di demolire preliminarmente gli edifici sottostanti e rendono impossibili eventuali ulteriori studi ed accertamenti tecnici sulle cause del crollo in merito a eventuali difetti di costruzione e/o progettazione dello stesso;

alcuni reperti costituiti dai cavi di acciaio degli stralli sono stati inviati al laboratorio Empa di Dubendorf (Zurigo) per una perizia tecnica del tribunale di Genova e le conclusioni a oggi note di detta perizia, in base ad anticipazioni pubblicate dal quotidiano IlSole24Ore, affermano che la rottura dei cavi di acciaio degli stralli non è avvenuta nei punti ove maggiore era evidente la corrosione, ma nelle parti non corrose e che tale rottura è da ascriversi non ad usura ma ad un fattore esterno scatenante il crollo:

in base a quali norme e sotto la responsabilità di chi si proceda alla demolizione totale della porzione di viadotto ancora in opera e delle sottostanti abitazioni, senza che siano state accertate né la dinamica del crollo, né le cause dello stesso (se per ammaloramento, carente manutenzione o altro), senza che sia esclusa o confermata la citata causa “esterna scatenante il crollo”, il che escluderebbe cause strutturali e quindi rischi di crollo per la parte tutt’ora in opera del viadotto Polcevera, come adombrato dalla perizia Empa;

cosa intenda fare il governo per garantire ai cittadini sia la sicurezza dei trasporti che il corretto utilizzo delle risorse pubbliche; se, allo stato dei fatti, sia intenzione del governo recuperare dal concessionario i costi di queste operazioni; se non si intenda posticipare la demolizione del viadotto e avviare le procedure della stessa solo a seguito dell’accertamento delle cause del crollo.

Vittorio Sgarbi
Deputato gruppo misto

 


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