Roma – Porti chiusi alla nave Sea Watch 3: lo annuncia su Facebook il ministro dell’Interno Matteo Salvini. “Ho appena firmato il divieto di ingresso, transito e sosta alla nave Sea Watch 3 nelle acque italiane, come previsto dal nuovo decreto sicurezza. Ora il documento sarà alla firma dei colleghi ai Trasporti e alla Difesa: stop ai complici di scafisti e trafficanti”.
L’ong, tramite la sua portavoce Giorgia Linardi, replica: “Noi non riporteremo mai nessuno in Libia”. Il comandante della nave lo aveva già detto espressamente ieri: “La Libia non è un porto sicuro”, da qui la necessità di dirigersi verso Lampedusa e chiedere all’Italia di poter attraccare. Salvini, intanto, accusava la Sea Watch 3 di essere “nave illegale che sequestra i migranti”: secondo il ministro doveva tornare a Tripoli, indicata però come porto non sicuro dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni e dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati.
La risposta al ministro dalla portavoce di Sea Watch è arrivata con un video su Twitter. “Le persone a bordo ci hanno raccontato di aver trascorso lunghi periodi di detenzione in Libia e di aver subito vessazioni inenarrabili. Una persona ci ha raccontato di essere stato costretto a seppellire cadaveri per preparare il centro di detenzione alla visita di operatori esterni cercando di renderlo più presentabile. Anche il più piccolo dei naufraghi che ha solo 12 anni è stato imprigionato senza un valido motivo. Un’altra persona ha raccontato di essere stata venduta e ha lavorato come servo per riconquistarsi la libertà e partire per mare. Molte persone raccontano di essere state riportate indietro. Un altro naufrago ci ha raccontato di aver assistito all’uccisione di un familiare con un colpo di kalashnikov sempre mentre era in detenzione. Noi non riporteremo mai nessuno in un Paese in cui avvengono queste cose e ci aspetterremmo che i nostri governi si impegnassero perché questo non avvenga invece di alimentare la spirale del traffico”.
Cinquantadue i migranti a bordo della nave, che si trova a 15 miglia dall’isola di Lampedusa. Da due giorni è in acque internazionali. La portavoce della commissione Ue Natasha Bertaud ha già fatto sapere di sposare la linea della Sea Watch sul non tornare indietro verso Tripoli: “Tutte le navi con bandiera europea devono seguire le regole internazionali e sulla ricerca e salvataggio in mare, che significa che devono portare le persone in un porto che sia sicuro. La Commissione ha sempre detto che queste condizioni non ci sono attualmente in Libia”. Lo sbarco, invece, “è una questione sotto la responsabilità del Centro nazionale di coordinamento di soccorso marittimo (Mrcc), che ha in carico le operazioni”.
