Milano – Paolo Savona all’attacco dell’Europa. Il suo primo discorso al mercato da presidente C0nsob è come un guanto di sfida all’Ue: “I giudizi non di rado espressi da istituzioni sovranazionali, enti nazionali e centri privati, appaiono prossimi a pregiudizi, perché resi su basi parametriche finanziarie convenzionali che non tengono conto dei due pilastri che reggono la nostra economia e società: la forza competitiva delle nostre imprese sul mercato globale e il nostro buon livello di risparmio”.
L’ex ministro per gli Affari europei del governo gialloverde ritiene “oggettivamente infondati i sospetti sulla possibilità di insolvenza del nostro debito pubblico”. “Se la fiducia nel Paese è solida – ha continuato Savona, prendendo ad esempio il Giappone – e la base di risparmio sufficiente, livelli di indebitamento nell’ordine del 200 per cento rispetto al Pil non contrastano con gli obiettivi economici e sociali perseguiti dalla politica”. Un rimando esplicito ai vincoli evidentemente troppo stringenti, per Savona, del patto di stabilità e crescita, stipulato nel ’97 dagli stati membri dell’Unione che prevedono, tra l’altro, che il debito pubblico resti al di sotto del 60 per cento del Pil.
“Ciò non significa – ha spiegato il numero uno di Consob – che non esista un limite all’indebitamento, ma per garantirne la sostenibilità il suo saggio di incremento deve restare mediamente al di sotto del saggio di crescita del Pil”. Un “criterio di razionalità”, per Savona, che, “accettato a livello europeo e rispettato dalle autorità di governo” permetterebbe di “restituire ai debiti sovrani, incluso quello italiano, la dignità di ricchezza protetta che a essi attribuiscono giustamente gli investitori”, allontanando le ombre di un rischio insolvenza dell’Italia.
“Per la comunità europea e globale l’Italia non rappresenta un problema finanziario, ma una risorsa alla quale molti Paesi attingono per soddisfare le loro necessità”, afferma ancora Savona sottolineando come “contrariamente a importanti paesi sviluppati”, come Usa, Regno Unito, Canada e Francia, “l’Italia non assorbe flussi di risparmio dall’estero ma ne cede in quantità superiori al suo debito pubblico”, disponendo dal 2013 di “flussi di risparmio in eccesso rispetto all’uso interno”.
