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“Scappavo dalle banche non dagli strozzini, loro mi servivano”

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I tredici arrestati

I tredici arrestati

L'avvocato di parte civile Antonio Rizzello

L’avvocato di parte civile Antonio Rizzello

L'avvocato Franco Taurchini

L’avvocato Franco Taurchini

Viterbo – “Scappavo dalle banche non dagli strozzini, loro mi servivano”, parla la vittima di una presunta banda composta da ben 15 usurai, quasi tutti di Canepina. 

Testimonianza fiume della presunta vittima, T.C.,  all’udienza di ieri del processo per usura ai 15 imputati della “banda dei canepinesi”. Un’udienza andata avanti mattina e pomeriggio, davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei, caratterizzata da una lunga serie di botta e risposta tra l’imprenditore e la difesa.

Ieri è stata la giornata del supertestimone del pubblico ministero Paola Conti, l’imprenditore edile 58enne originario di canepina, ma residente a Viterbo, che con le sue accuse, nel 2009, ha dato il via alla maxinchiesta della guardia di finanza, sfociata in tredici arresti. Pochi giorni dopo, il 18 dicembre, l’ordinanza di custodia cautelare fu annullata dal tribunale del riesame di Roma. 


“Scappavo dalle banche non dagli strozzini, loro mi servivano”

“Scappavo dalle banche non dagli strozzini, loro mi servivano”, ha detto in aula l’uomo, parte civile con l’avvocato Antonio Rizzello.

“Sono andato in crisi nel 2006 quando mi sono allargato ai condomini, per le difficoltà a incassare”, ha spiegato. 

“Per non affogare, dovevo restituire loro il doppio. Se erano tremila euro, diventavano settemila, con assegni a 7-10 giorni”, ha proseguito.

“Il padre era una pedina del figlio e della figlia, erano loro ad avere la liquidità, lui prendeva 200-300 euro a operazione per andare al night o a giocare a carte a Terni”, ha ribadito più volte, parlando di Domenico, Raffaele e Sabina Graniero, i tre imputati da cui, secondo lui, sarebbe partito tutto.


“I figli usavano il padre mattonatore per trovare gente in crisi”

Accuse pesantissime contro Raffale e Sabina Graniero, titolare di un negozio di frutta verdura a Vignanello, che hanno scatenato la durissima reazione del difensore Franco Taurchini. 

Il 58enne avrebbe conosciuto Domenico tra il 2003 e il 2004. “Faceva il mattonatore e mi serviva aiuto per un lavoro”, ha spiegato.

“Poi ho scoperto che lo usavano per trovare gente in crisi. E’ stato lui a presentarmi Salvatore Ricco, che aveva una sala giochi a Terni. Mi ha portato da lui, dentro una sala enorme, scura e con tutti tavoli verdi. In fondo c’era uno con la barba, più mi avvicinavo e più diventava grosso, era Ricco”, ha raccontato ad altissima voce, col suo linguaggio molto colorito, per il quale è stato ripreso più volte dal collegio. 

Sarebbe partito tutto i primi di giugno del 2006 da un prestito di 700 euro in cambio di un assegno a 7-10 giorni da 1700 euro.

“I soldi all’inizio me li portava in contanti Domenico Graniero direttamente a casa, nel primo pomeriggio, quando mia moglie era fuori per lavoro. Ma ho capito subito che dietro di lui c’erano altre persone, lui non aveva un centesimo, la liquidità ce l’avevano il figlio e la figlia, erano loro che manovravano”, ha spiegato.

Ma incalzato da Taurchini ha dovuto ammettere: “Mai vista o conosciuta la figlia”. 


“Dopo uno scambio di assegni, un fucile a canne mozze”

La presunta vittima degli strozzini, nel corso delle indagini, ha collaborato fattivamente con gli investigatori della finanza che, dopo la famosa lettera del 19 marzo 2009, portata personalmente al comando provinciale di via Cardarelli, in cui annunciava il suicidio a un maresciallo, gli hanno consigliato di aprire un conto corrente a nome della moglie, per monitorare i movimenti. 

Il 58enne si è anche munito di una finta penna per registrare le conversazioni con gli strozzini e il 19 maggio 2009 si è incontrato con uno degli imputati, Orazio Benedetti di Canepina, che lo avrebbe pressato per avere i soldi, sotto gli occhi dei militari, cui aveva comunicato data e luogo dell’appuntamento. 

Un maresciallo della finanza, ieri, ha detto: “Davanti al bar vicino al supermercato di via Carlo Cattaneo si sono avvicinati alla Mitsubishi Pajero di Bendetti e hanno aperto il cofano. Poco dopo, quando ci siamo incontrati al parcheggio della Coop del Murialdo, l’imprenditore era molto agitato: ci ha detto che, dopo uno scambio di assegni, gli era stato mostrato un fucile a canne mozze”.

Tra i difensori, Giovanni Labate e Mirko bandiera, oltre a Taurchini, hanno messo in dubbio l’attendibilità dell’imprenditore. E come già successo nelle precedenti udienze, tornando all’annunciato suicidio per cui la finanza lo accompagnò a Belcolle, è stato ridetto che i sanitari del pronto soccorso lo avevano segnalato più volte alle autorità competenti per procurato allarme. 


Arrestati e rimessi in libertà in tredici nel giro di pochi giorni

Dei 13 fermati il 30 novembre 2010 e rimessi tutti in libertà dal riesame il 18 dicembre 2010, nove sono finiti in carcere e quattro agli arresti domiciliari, tutti con l’accusa di usura in concorso. 

In carcere sono finiti: Alberto Corso di Canepina, Augusto Corso di Canepina, Augusto Meloni di Canepina, Americo, Zappi di Canepina, Venturino Paparozzi di Canepina, Ferrero Ferri di Canepina, Orazio Benedetti di Canepina, Domenico Graniero di Civita Castellana, Salvatore Ricco di Terni. 

Agli arresti domiciliari: Zaira Chiricozzi di Canepina, Sabina Graniero di Vignanello, Raffaele Graniero di Vignanello, Giuseppe Mastronicola di Viterbo.

Silvana Cortignani


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