Viterbo – “Un paese armato non è un paese che va a stare meglio”. Luca Di Bartolomei, consulente aziendale e dirigente Pd, ha scritto un libro sulla pericolosità del possesso di armi. “Dritto al cuore” è il titolo. Il suo impegno nasce da un fatto privatissimo. Suo padre Agostino, ex capitano della Roma e stella del calcio italiano, si tolse la vita nel 1994 sparandosi con una pistola a soli 39 anni.
L’incontro, moderato da Giorgio Renzetti, ha posto l’attenzione su un argomento caldo, quello della sicurezza, quotidianamente al centro delle cronache e dei dibattiti della politica. Armarsi per Di Bartolomei non è la soluzione per risolvere i problemi.
“La sicurezza – ha detto – che noi sentiamo mancarci, è diversa da quella meramente fisica, dietro cui il dibattito politico si nasconde. Il nostro paese è oggettivamente il più sicuro d’Europa. Ho 38 anni, abbastanza per ricordare che, nel trenta anni fa si contavano molto più morti l’anno rispetto a oggi. E negli ultimi anni, pur con l’esplosione dell’immigrazione, i reati – stando alle parole del capo della polizia – continuano a calare. Eppure gli italiani hanno paura. Le forze dell’ordine sono l’istituzione su ciò si ha poi fiducia, ma ci sentiamo più sicuri con un’arma. Bisogna capire il perché di questa paura e comprendere cosa sia la sicurezza ai giorni nostri. Siamo un paese che ha perso, da almeno due generazioni, la capacità di capire cioè che accade realmente. Noi non siamo in grado di comprendere bene gli episodi che ci raccontano, artificiosamente o fedelmente che sia.
Di percepire la paura”. Se c’è infatti chi non la prova, ecco che arriva chi la provoca, e la incute. E i danni di una percezione sbagliata possono essere incalcolabili.
Al di là della sua esperienza personale, Di Bartolomeo fa parlare numeri e statistiche.
“Calano i reati ma aumentano la paura e le insicurezze. Non solo. Il numero degli omicidi è il doppio rispetto a dieci anni fa. Ma ricordo due casi: Pamela Mastropietro e la donna a Flaminio fatta a pezzi dal fratello. Della prima sappiamo tutto, mentre della seconda ci saranno in tutto 60 notizie. Tutto dipende da come si vuole informare l’opinione pubblica e dal fatto se si voglia o meno formare un caso. Perché allora lo so costruisce”.
Di Bartolomei si fa una domanda: “Qual è il grado di disperazione che oggi stritola centinaia di migliaia di italiani e che fa equiparare una collanina o i soldi che abbiamo in casa alla nostra sicurezza? Il punto è che bisognerebbe indagare su quali siano le richieste di questo paese che è un po’ sbandato e quindi decodificare le paure”.
Ha precisato poi: “Siamo un paese con una storia della produzione di armi importantissima. Le abbiamo inventate con Marco Polo di rientro dalla Cina.
Lo stesso per la storia di tiro. Abbiamo una storia vera con le armi. Diminuisce però il numero dei cacciatori e degli sportivi. Non delle persone armate. Cosa siamo quindi disposti a rischiare per un’idea di sicurezza”. Il punto per lui è che “si sta verificando una sorta di sovranismo psicologico” ma Di Bartolomei si chiede se “siamo davvero sicuri di essere così bravi, in gamba e freddi. Di essere in grado di notte saper definire al buio se non è nostro figlio che rientra tardi la notte. Chi viene in casa a farti del male, non è interessato a quello che hai per rispondere. Viene a farti del male. Punto. Un paese armato non è un paese che va a stare meglio”.
Si è parlato anche di spray al peperoncino in riferimento ai fatti di pizza Castello a Torino e della discoteca a Coronaldo: “Lo conosciamo perché ne abbiamo sentito parlare o lo abbiamo trovato in edicola. Dal 1995 al 2008 ci sono stati 144 vicende legate all’uso dello spray al peperoncino, con solo 4 casi di difesa. Dal 2008, anno in cui ne è stata liberalizzata la vendita, ad agosto si è passati a 528 casi. Sono un rischio vero sia la scarsa percezione della realtà che l’atteggiamento autoassolutorio nei confronti di ciò che gli italiani fanno”.
Di Bartolomei ha ammesso che non sa se avrebbe scritto questo libro se Agostino, il padre, non si fosse ucciso. “Non so dare risposta, ma strumentalizzare quel suo gesto vuol dire riempirlo di contenuti anche attuali. Per battere la paura, che armi in circolazione impropria possano portare altre tragedie”.
A distanza di 25 anni da quell’episodio dice che “a chi rimane vengono sempre fatte delle domande, legittime, su cosa sia rimasto e sul motivo che abbiamo spinto a fare ciò. Quesiti a cui, però, anche per la prossimità non sappiamo dare rispose.
A breve mi troverò ad avere la stessa età di Agostino. Penso che, nel momento in cui ci si trova rifiutati da un sistema, sicuramente, si attraversa una profonda valutazione su quello che è la propria persona e il proprio posto nel mondo.
Ho la fortuna di essermi inventato un lavoro, ma vedo tantissimi ragazzi 150 volte più in gamba che fanno un lavoro di merda. Immagino quanto possano sentirsi depressi.
Non voglio per questo scusare Agostino e penso comunque che immettere armi vuol dire dare un’opportunità semplice alle persone. Costruire una classe di insoddisfatti armati non aiuta”.
Sul calcio infine ha detto: “Mi piace il pallone. Sull’onda di un paese che non è cresciuto nel professionismo – conclude – il calcio ne è lo specchio perfetto”.
Paola Pierdomenico




