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“Gli hanno rotto 12 costole, sfondato la cassa toracica, spappolato il cervello”

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Viterbo - Omicidio in via Fontanella del Suffragio - Il fermato Stefano Pavani e la vittima Daniele Barchi

Stefano Pavani condannato a 15 anni e la vittima Daniele Barchi

Viterbo - Omicidio del Suffragio - Daniele Barchi col volto tumefatto

Daniele Barchi col volto tumefatto – Le foto diffuse dai genitori

Viterbo – Delitto del Suffragio, troppo pochi secondo i genitori della vittima i 15 anni inflitti in primo grado a Stefano Pavani per l’omicidio volontario di Daniele Barchi. 

“La giustizia in italia non funziona, oggi ne ho avuta la prova”. A parlare così, mentre la moglie piangeva, Giuseppe Barchi, il padre di Daniele, il 42enne originario di Gaeta trovato cadavere la sera del 22 maggio 2018 in un monolocale al pianoterra al civico 16 di via Fontanella del Suffragio, nel cuore del centro storico di Viterbo.

Un lungo sfogo, a margine della condanna a 15 anni di carcere dell’assassino del figlio, Stefano Pavani, il 32enne con problemi psichici di Corchiano che la notte tra il 20 e il 21 maggio dell’anno scorso avrebbe massacrato di botte per ore, forse per giorni, la vittima che lo aveva allontanato da casa proprio per la sua indole violenta. 


Quindici anni di carcere e poi il ricovero in una Rems

Pavani, ricorso all’abbreviato e riconosciuto seminfermo di mente, è stato condannato in primo grado dalla gip Savina Poli a 15 anni di reclusione con lo sconto di un terzo della pena, da scontare in carcere dove si trova dal 23 maggio 2018, dopo di che è stata già disposta, per il seguito, la misura di sicurezza del ricovero in una Rems.

Il difensore Luca Paoletti, nel frattempo, è pronto a battersi in appello, una volta lette le motivazioni, per il riconoscimento della totale incapacità di intendere e di volere o in alternativa per la riqualificazione del reato da omicidio volontario a omicidio preterintenzionale.

“Non c’era la volontà di uccidere, alla vittima non è stato sferrato alcun colpo mortale, manca del tutto l’animus necandi”, ha ribadito il difensore dopo la lettura del dispositivo, alle 12.30, al termine tre ore di camera di consiglio.


“La giustizia in italia non funziona, oggi ne ho avuta la prova”

Non si danno pace i genitori di Daniele Barchi, parti civili con l’avvocato Pasqualino Magliuzzi. Senza parole la madre, in lacrime come a ogni udienza del processo. Un fiume in piena il padre, Giuseppe, rivolgendosi di sua iniziativa alla stampa assiepata davanti all’aula 1 del pianoterra in attesa della sentenza. 

Parole pesanti come macigni. “Quando è stato ammazzato mio figlio, se voi giornalisti avete scritto il vero, il procuratore capo e il capo della polizia hanno dichiarato che questo omicidio è avvenuto in un ambiente di emarginati. Ora io vorrei dire loro, data la posizione, che quando parlano di mio figlio dicessero che non era un emarginato e che lo chiamassero per nome e cognome”. 

Per i genitori mancava un imputato in aula. “Si è parlato solo di Pavani e niente dell’altro assassino, perché qui manca un altro assassino che non c’é. Dicono che ha collaborato e invece è complice dell’assassino”, ha proseguito riferendosi alla fidanzata dell’omicida che ha dato l’allarme facendo ritrovare il cadavere. Indagata in concorso con Pavani, la sua posizione è da definire. 

Nessuna giustificazione per il delitto commesso da un seminfermo di mente. “Gli psichiatri e il difensore del Pavani, che fa il suo mestiere, non hanno parlato altro che  delle condizioni in cui è vissuto questo ragazzo, perché gli è morta la madre da ragazzino, per cui è diventato quello che è diventato, Ora, dico, non si è parlato di quello che ha subito, del massacro che ha subito mio figlio, nessuno ne ha parlato, né l’uno, né gli altri”.


“Gli hanno rotto 12 costole, la cassa toracica, spappolato il cervello”

Pochi giorni fa i genitori di Daniele Barchi hanno diffuso le foto del cadavere del figlio, così come lo hanno visto il giorno del riconoscimento, massacrato di botte in maniera feroce. Ieri il papà del 42enne, per smuovere le coscienze, ha voluto aggiungere orrore all’orrore.  

“Nessuno ha parlato di come hanno ridotto mio figlio, gli hanno rotto 12 costole, gli hanno sfondato la cassa toracica, gli hanno spappolato il cervello, lo hanno accoltellato, gli hanno dato le bottigliate… di questo no, nessuno ha parlato”, ha detto.

“Non tutte le persone cui sono morte le madri o hanno avuto un’infanzia infelice diventano delinquenti. Lui è solamente un violento che vuole addossare agli altri le sue nefandezze”, ha sottolineato.

Per Barchi non ci sono dubbi sul movente, che secondo la famiglia nulla a che fare con la vita travagliata di Pavani e coi suoi problemi psichici. “Quei due delinquenti hanno ammazzato mio figlio perché li aveva mandati fuori di casa cinque giorni prima, quando aveva capito finalmente che delinquenti erano.La mattina del 20 maggio lo stavano aspettando fuori casa e sono entrati dentro con la forza. E il motivo era per appropriarsi della casa, questo risulta anche agli atti. Questa era la vera ragione per cui è stato ucciso mio figlio”.


“Un pallone ha visto mio figlio gonfio prima del delitto e non ha fatto niente”

Tanta amarezza, tanta rabbia. E dito puntato, ancora una volta, come nella lettera scritta per spiegare le ragioni della richiesta di pubblicazione delle foto, contro il pregiudizio e contro l’indifferenza.

“C’è un pallone gonfiato di Viterbo che giorni prima dell’omicidio aveva visto mio figlio gonfio, ma non ha fatto niente. Poteva dire chi era che lo aveva menato, invece ha dichiarato alla polizia che sapeva che era un soggetto in cura, ma che non sapeva che era un violento. Questa persona non è penalmente punibile, ma moralmente sì. Poteva dire benissimo a mio figlio ‘andiamo dai carabinieri a denunciare’. Anzi era suo dovere andare dai carabinieri, sapendo”.

“Perché il pm di guardia non ha risposto alla chiamata dell’Spdc che avvisava che Pavani era scappato?”, l’ultima domanda alla stampa di Giuseppe Barchi, disperato, mentre la moglie lo supplicava in lacrime, implorandolo di fare “basta” e andare via, 

“Andrò avanti finché non avrò giustizia, fino alla corte europea”, le ultime cose dette mentre, già di spalle, se ne andava con la testa china al fianco della moglie e dell’avvocato Magliuzzi. 

Silvana Cortignani


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