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Denunciato dagli inquilini, amministratore condominiale ne esce dopo 12 anni

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La suprema corte di Cassazione

La suprema corte di Cassazione

Orte – (sil.co.) – Dodici anni di carte bollate. E’ capitato a un un amministratore di condominio originario di Orte, accusato di appropriazione indebita aggravata e continuata, nel 2007, dagli inquilini di cui aveva curato gli interessi prima di venire sostituito da un collega.

Un classico, l’avvicendamento tra amministratori condominiali, dal quale stavolta è scaturita una lunghissima vicenda giudiziaria che – iniziata dodici anni fa, quando l’imputato aveva 43 anni – si è conclusa soltanto adesso, che di anni ne ha 55. Una vita. 

Assolto in primo grado il 18 novembre 2009, il professionista è stato condannato a un anno di reclusione in appello il 20 ottobre 2014. Nel frattempo sono passati altri cinque anni  prima che la cassazione, in seguito all’udienza dello scorso 23 maggio, annullasse la condanna di secondo grado. La sentenza che conferma in via definitiva l’assoluzione del 2009 è stata pubblicata il primo agosto 2019. E ora è davvero finita.

L’uomo, difeso dall’avvocato Valerio Panichelli, dieci anni fa, nel 2009, è stato assolto al termine del processo di primo grado celebrato presso l’allora sezione distaccata di Civita Castellana del tribunale di Viterbo. Il giudice aveva ritento insussistente, nella condotta descritta nel capo di imputazione, l’elemento del profitto patrimoniale. Secondo l’accusa, il 55enne si era appropriato della documentazione contabile che deteneva in qualità di amministratore di diversi condomini, che non aveva consegnato al nuovo amministratore a lui subentrato.

Cinque anni fa, nel 2014, il ribaltamento della sentenza di primo grado: dall’assoluzione alla condanna a un anno di reclusione e 450 euro di multa in appello. Senza neanche il beneficio della sospensione della pena. Per cui da dover scontare agli arresti, qualora fosse diventata definitiva. 

Per la corte d’appello di Roma l’ingiusto profitto poteva essere ben integrato dall’impossibilità, per i condomini, di verificare la correttezza, sul piano contabile, della gestione da parte dell’imputato.

Una condanna contro cui ha fatto ricorso la difesa, sottolineando, tra l’altro, come la corte d’appello fosse pervenuta alla riforma della sentenza di primo grado: “Senza, tuttavia, operare alcun accertamento in fatto non avendo espletato alcuna attività istruttoria ma avendo emesso la sua decisione soltanto ed esclusivamente sulla base della ipotesi cristallizzata nel capo di imputazione. Senza, oltretutto, il riconoscimento del beneficio della sospensione condizionale della pena di cui egli aveva la possibilità di beneficiare”.

Adesso la vicenda è definitivamente chiusa. Ma per l’appunto ci sono voluti 12 anni.


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