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“Il trasporto lo dedico a mia moglie Valeria e alla nostra felicità”

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Raffaele Ascenzi e la moglie Valeria

Raffaele Ascenzi e la moglie Valeria

Raffaele Ascenzi col tatuaggio che rappresenta il manifesto di Salcini

Raffaele Ascenzi col tatuaggio che rappresenta il manifesto di Salcini

Il tatuaggio che rappresenta il manifesto di Salcini

Il tatuaggio che rappresenta il manifesto di Salcini

Raffaele Ascenzi e la moglie Valeria

Raffaele Ascenzi e la moglie Valeria

Gloria

Gloria

Gloria

Gloria

Il manifesto di Salcini

Il manifesto di Salcini

Viterbo – “Il trasporto lo dedico a mia moglie Valeria e alla nostra felicità”. Dall’alto del ponteggio della macchina di Santa Rosa a san Sisto, Raffaele Ascenzi rivolge lo sguardo un po’ alla sua creazione e un po’ alla donna della sua vita ferma qualche piano più sotto. A lei, l’ideatore di Gloria rivolge questo pensiero a pochi giorni dal quinto trasporto del tre settembre.

E’ la quinta volta che il campanile sfilerà per le vie della città ma, come sempre, sembrerà un nuovo emozionante debutto e non solo per le modifiche che sono state fatte all’illuminazione e per la presenza dell’aureola sulla statua della santa. Soprattutto per quella magia che Ascenzi si è voluto imprimere anche sulla pelle…

Cosa cambia quest’anno?
“Ci saranno delle novità – spiega l’ideatore -, visto che ai fari sulle ali e quelli sulla punta delle ali degli angeli se ne aggiungono degli altri sulle candele”.

E poi c’è la novità dell’aureola.
“L’abbiamo inserita agganciandola al palo che sostiene la struttura della statua della santa. Pesa circa sei chili e ha una luce a led interna che illumina i bordi e che ho cercato di rendere più calda con del nastro, visto che all’inizio era molto bianca rispetto alla macchina. Diciamo che si preoccupa più della parte posteriore, ossia del saluto, nel senso che quando passa si vede di più e si riconosce meglio. Poi ci sono quattro aste per i selfie davanti agli angeli che reggono dei faretti che hanno l’effetto di fatine luminose, come delle piccole Trilly che girano intorno a loro”.

Si è parlato di un anno di proroga per la macchina. Cosa ne pensa?
“Ne sarei contento, perché ci sarebbe un anno in più per pensare alla prossima”.

E’ soddisfatto di quello che ha fatto?
“Sento di aver accontentato le speranze dei viterbesi e dei fedeli a santa Rosa, con riscontri positivi che vanno al di là delle pretese in fase di progettazione. Già dall’immagine virtuale della macchina ho subito capito che sarebbe potuto essere un successo, ma non di queste proporzioni. Non solo però”.

Cos’altro?
“Un altro bel risultato è l’affiatamento con chi si è aggiudicato la gara d’appalto per la costruzione della macchina, perché con loro non c’è stato mai un attrito, ma solo uno spirito di collaborazione che ha reso la macchina più bella, perché quando c’è armonia tra chi ha il compito di costruirla e quello di progettarla il risultato è molto evidente agli occhi di tutti”.

E’ la terza macchina che progetta, cosa la spinge a farlo?
“Necessità – dice -, cerco di interpretare i desideri della città. Solo con la prima ho avuto un approccio molto personale, ero facchino e conoscevo le attese dei viterbesi e dei facchini stessi, però avevo il compito, trattandosi di una tesi di laurea, di proporre qualcosa di sperimentale che andasse al di là degli schemi. Ecco perché forse, in fase iniziale, non è stata accettata così bene, perché ogni cosa che si discosta della tradizione ha bisogno di periodo di maturazione e i passi devono essere lenti e ben calibrati. Come anche la scelta di imprimere sul proprio corpo un’immagine che possa raccontare tutto ciò”.

Parla del tatuaggio che spunta sul suo avambraccio? Cosa rappresenta?
“In tutto ne ho due tatuaggi: il primo che riguarda un’esperienza di vita che mi ha formato e cioè quando ero ufficiale dei paracadutisti e ricorda la mia compagnia. Poi c’è questo sull’avambraccio, un punto che ho scelto perché l’immagine potesse essere sempre presente nella mia vita e nei miei sguardi.

Ho scelto un disegno del 1936 di Rodolfo Salcini, che era un giovane architetto che ha proposto alla città questo manifesto futurista con un facchino e tre palloncini colorati a richiamare la città intorno alla Santa e alla festa. Dopo qualche anno, ha saputo progettare la prima macchina contemporanea della storia, superando i limiti della tradizione del periodo.

Nel ’52, infatti, realizzò un capolavoro di ingegneria e architettura per l’epoca, arrivando alle altezze attuali di 28 metri dai 16 che c’erano. Si trattava di una macchina diversa dal tradizionale disegno papiniano. Come spesso accade, però, la città ha fatto un passo avanti e due indietro, perché subito dopo si è tornati allo stile classico col modello di Paccosi, bello e tradizionale, che poi ha visto la nascita del celebre Volo d’angeli, che ricordiamo tutti essere la macchina a che ha cambiato la storia e che si fondava su un altro volo ardimentoso e cioè quello di Salcini.

Tutti noi progettisti, sappiamo che se siamo arrivati a queste altezze e a questi pesi, lo dobbiamo ai passi che si sono succeduti nel corso di questi quattro secoli di storia della macchina. Ah, e quando mi sono presentato col tatuaggio fatto, mia moglie mi voleva cacciare ma lo sa che sono una testa dura”.

A chi penserà quella sera?
“La mia dedica – conclude Ascenzi – sarà per mia moglie Valeria e per la nostra felicità. E’ per lei perché se lo merita per tutto ciò che sopporta. Per le mie assenze e le mie presenze, che sono ingombranti, e perché mi ha regalato tre figli meravigliosi che rappresentano per lei un grandissimo lavoro, anche per la sua salute che quest’anno ha subìto una dura prova”.

Paola Pierdomenico


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