Viterbo – Parliamo per un momento di un tema – e di un problema – che è di civiltà, ma anche di sociologia della cultura: cani e musei.
Agli Scavi di Pompei entrano i cani di piccola taglia; per visitare le domus, devono restare in braccio ai loro padroni o nel trasportino.
Anche a Torino, a Venaria Reale, i cani di piccola taglia possono entrare, non solo nel parco, ma anche nella Reggia, purché in braccio: inoltre, per favorire i visitatori, l’organizzazione fornisce eventualmente anche appositi trasportini.
Molti musei sardi accolgono cani di piccola taglia purché in braccio o in trasportino. Usciamo dall’Italia: al Parco e ai Giardini di Versailles i cani sono ammessi, anche se non possono entrare negli edifici. Tutti buoni esempi di crescita di una mentalità dog-friendly.
Ma se ti presenti con un cagnolino a Palazzo Farnese di Caprarola (giardini compresi) o a Villa Lante (Barco compreso), non ti fanno entrare. Per carità, succede anche alla Reggia di Caserta, nonostante sia infestata dal randagismo.
Il fatto è che non ci sono disposizioni unitarie del ministero dei Beni Culturali, ogni polo museale e ogni museo decide come meglio crede. Probabilmente si suppone che un cane, quale che sia la sua taglia, possa in qualche modo “inquinare” gli ambienti e gli spazi museali; anche se è difficile immaginare come possa farlo un cagnolino in braccio al padrone o dentro un trasportino.
Se è per questo, un bambino di quattro o cinque anni tenuto per mano dai genitori rischia di essere più “pericoloso”, sia nei parchi che nella sale museali; più volte ho visto personalmente qualche bambino cogliere fiori o fare i suoi bisognini negli anfratti del Barco di Villa Lante o verso i Giardini Alti di Palazzo Farnese a Caprarola.
Tuttavia i tempi, cioè i bisogni e gli stili di vita, cambiano. Oggi una famiglia su tre possiede un cane, e buona parte di questi amici dell’uomo sono di taglia media o piccola, moltissimi appartengono alla categoria cinofila dei “cani da compagnia”.
Le situazioni dog-friendly di conseguenza si moltiplicano a dismisura, negli hotel, nei residence, nei ristoranti, negli stabilimenti balneari, nei centri commerciali.
Anche se le cose sono diverse da ambiente ad ambiente, da gestore a gestore: ad esempio, la Coop si proclama amica dei cani ma li esclude dai suoi negozi; al contrario la Conad mette a disposizione addirittura appositi carrelli, per i cani che non possono stare in braccio o nel trasportino.
Ad una malintesa considerazione puramente superficiale e generalizzante, sostanzialmente pregiudiziale (i cani sono animali, i cani sporcano, i cani portano germi patogeni, i cani mordono, ecc.) si va sostituendo una coscienza critica più provveduta, informata, matura: i cani non sono tutti uguali, sono di varie taglie, hanno comportamenti diversi, la gran parte sono curati, educati controllati.
Non si possono mettere sullo stesso piano, per dimensioni, un alano e un jack russell, e per comportamento un rottweiler e un labrador; come non si mettono sullo stesso piano un bambino, una persona di età matura e un anziano, una persona educata e un vandalo, un individuo di bassa statura e un gigante, uno sano e uno drogato.
Per quel che riguarda i musei, in generale la posizione è ancora molto conservatrice; nonostante i tentativi di comunicare la cultura in modo meno serioso ed elitario, aprendosi persino a certe logiche commerciali, l’atteggiamento resta sostanzialmente impermeabile ad ogni tipo di presenza canina.
Eppure, appare difficile immaginare quale minaccia un chihuahua possa esercitare verso un vaso di Eufronio custodito in una teca, e gli unici sfregi che ricordo ad un’opera d’arte musealizzata provenivano da esseri umani; ma tant’é.
La resistenza caparbia al cambiamento sembra essere uno dei tratti caratteristici del cosiddetto “mondo della cultura”, non solo in Italia. Così, per un cane è più facile entrare in una chiesa al cospetto di Dio, che in un museo al cospetto di Dalì.
Tutto ciò in realtà è paradossale, se si pensa che da almeno due secoli a questa parte la cultura, e in specie l’arte, è concepita come rottura di schemi, e che oggi il mondo viaggia su una logica 3.0 che esalta l’adattamento a condizioni di interattività creativa.
Fatto sta che il polo museale del Lazio, diversamente da ciò che avviene in altri siti monumentali e archeologici italiani, ha ribadito al sottoscritto che i cani sono off limits da tutto, musei, edifici storici, ma anche parchi e giardini: anche dal Barco di Villa Lante.
Un caso di miopia culturale, a mio sommesso parere; e le motivazioni addotte sembrano un pochino debolucce, direi sorpassate, se non risibili, rispetto alla realtà odierna.
Certo, spesso la cattiva nomea affibbiata ai cani deriva dall’inciviltà dei loro proprietari; troppa gente lascia libero il proprio cane dove è proibito, “perché è buono” o perché “deve essere libero e felice”; troppa gente si disinteressa delle deiezioni nei luoghi pubblici (“e che sarà mai”); insomma troppa gente non sa che la propria libertà finisce dove inizia quella degli altri.
E così, ancora una volta, “per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno”… Ma se fossero definiti dei parametri, se fossero elaborati dei regolamenti, e il tutto si facesse rispettare, credo che una politica dog-friendly potrebbe essere attuata senza problemi.
La comunicazione della cultura, il suo “uso” formativo e il suo carattere inclusivo esigono che le istituzioni si mettano al passo con i tempi; che non significa mettersi al passo con le mode, beninteso, ma piuttosto che è necessario attribuire un significato diverso e probabilmente più civile, più intelligente e più sostantivo al termine cultura.
Che non a caso deriva dal latino colere, coltivare; e non c’è coltivazione senza crescita, senza maturazione, senza adeguamento all’ambiente che cambia, nelle stagioni e negli anni…
Francesco Mattioli
