Viterbo – (sil.co.) – Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, è ripreso ieri davanti al collegio straordinario presieduto dal giudice Elisabetta Massini il processo ai nove imputati rimasti dopo la raffica di prescrizioni che hanno ridotto a meno di una decina gli oltre sessanta indagati iniziali della maxinchiesta “Coast to Coast”.
E’ l’inchiesta del sostituto procuratore Paola Conti sfociata, all’alba del 17 marzo 2009, in 5 arresti ai domiciliari, 7 obblighi di firma, 8 appartamenti sequestrati tra Viterbo e Canepina e 65 indagati a piede libero.
Al centro un presunto traffico a scopo di lucro di decine di stranieri, prevalentemente dello Sri Lanka ma anche dall’Albania, che sarebbero stati fatti entrare in Italia col trucco di finti contratti di lavoro come colf, giardinieri, badanti, in cambio di somme tra i 4mila e i 7mila euro. Non appena entrati nel nostro paese sarebbero stati licenziati, avendo però così ottenuto la possibilità di restare per un anno sul territorio nazionale.
Alla sbarra cinque italiani e quattro stranieri. Tra gli italiani spicca Giannarosa Santini, la dipendente dell’ispettorato del lavoro difesa dall’avvocato Angelo Di Silvio, contro la quale si è costituito parte civile il ministero, i cui movimenti sospetti hanno fatto scattare le indagini, in seguito alla segnalazione della direttrice che ha allertato il nucleo interno dei carabinieri. In cinque sono usciti di scena patteggiando, tra i quali una consulente del lavoro, citata ieri tra i testi dell’accusa dalla pm Paola Conti.
Nello studio della professionista furono sequestrate decine di cartelline relative a domande di assunzione di cittadini extracomunitari, prevalentemente cingalesi, con contratti part-time da badanti, colf, giardinieri. Domande che finivano all’ispettorato del lavoro dove lavorava l’amica e futura imputata Santini.
“La dipendente dell’ispettorato del lavoro non poteva fare entrare gli extracomunitari”, è emerso dalle testimonianze.
“Avevo come clienti dei connazionali degli extracomunitari per cui è stata fatta la richiesta, che ci tenevano a ricongiungersi con i parenti rimasti in patria per cui ho deciso di aiutarli. Anche perché per me era lavoro, più buste paghe avessi fatto, più avrei guadagnato. Inoltre, per il disbrigo delle pratiche, percepivo tra i 200-300 euro, a volte anche 500 euro. Quindi ho sparso la voce, dicendo che, se qualcuno fosse stato interessato, i cingalesi erano particolarmente bravi come colf, badanti, giardinieri, nella pulizia dei condomini. E’ così, tramite il passaparola, che ho raccolto i nominativi degli aspiranti datori di lavoro, i quali si sono rivolti a me per le pratiche. Mi sentivo un intermediario. Il problema era la lingua, perché i nuovi arrivati non parlavano italiano, quindi i datori di lavoro finivano spesso col licenziarli in pochi giorni perché non capivano gli ordini. Per quanto riguarda invece gli alloggi, spesso erano ospitati in casa dai loro stessi connazionali”, ha spiegato in aula la testimone.
In aula anche l’allora direttrice dell’ispettorato del lavoro, Mariafrancesca Santoli, che ha fatto scattare l’inchiesta, allertando i carabinieri del nucleo interno. “Mi ero insospettita scoprendo che la dipendente Santini aveva fatto domanda per due colf, troppe rispetto al suo reddito. E che anche il compagno e i figli e altri parenti avevano fatto domande. Domande che erano state inserite nel sistema del ministero dell’interno e che erano arrivate a noi per il parere, relativo in particolare ai requisiti reddituali del richiedente”, ha detto.
Sollecitata dal difensore Di Silvio, la dirigente ha però detto che l’imputata non poteva fare materialmente nulla per avere un parere positivo. “L’addetta era una sua collega controllata a sua volta da un supervisore. Poi c’era il coordinamento con l’agenzia delle entrate e i due passaggi della questura e della prefettura. Era solo particolarmente insistente nel chiedere a che punto fossero le pratiche. Una situazione anomala, se non altro per motivi di opportunità”, ha proseguito la testimone.
Un iter complesso quello descritto dai testimoni. Che sarebbe finito con un nulla di fatto per le famose due colf sospette richieste dalla dipendente Santini che hanno dato il via alle indagini. “Le domande della Santini non sono entrate in graduatoria, perché coi nostri redditi, all’epoca attorno ai 1400 euro netti, non potevamo assumere più di una persona”, ha detto l’operatrice che si occupava del servizio extracomunitari, la quale accedeva tramite una password personale al sistema. “La Santini, materialmente, non poteva fare nulla per il parere”, ha concluso.
Si torna in aula il 30 gennaio.
