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Rosa politica e pure coerente

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Santa Rosa da Viterbo

Santa Rosa da Viterbo

Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – Se la politica è testimoniare pubblicamente l’adesione a un certo sistema e convincere gli altri della sua bontà, Rosa, la figlia di Giovanni e Caterina di Santa Maria del Poggio, fu donna schierata e impegnata. Una sorta di leader rosa del partito dei Guelfi che volevano Viterbo alle dipendenze del papa, opposti ai Ghibellini fautori del nuovo ordine del laico Federico II.

E se è vero che la città dei Papi è fondamentalmente conservatrice (a palazzo dei Priori nessun sindaco di sinistra. Quella vera: comunista o socialista), Rosa che battagliava nelle piazze contro gli imperiali in una delle “metropoli delle province dello stato ecclesiastico” tradizionalista, ben la rappresenta.

E’ scritto nelle “Notizie istoriche dell’ammirabile S. Rosa” (A. G. Andreucci, Roma 1750) che giovanissima si sentiva investita “dell’alto ministero di difendere le parti del Vicario di Cristo e confondere l’eresia”, la politica cioè di quanti deviavano dall’ordine costituito con le disposizioni papali.

Viterbo, o meglio una parte della sua classe dirigente dell’epoca, nel 1240 aveva “chiamato a sé l’imperatore con abominevole ribellione” ripudiando il papa Gregorio IX, fin quando il successore di questi, Innocenzo IV col suo cardinale Raniero Capocci, ne riprese il governo, caduto poi per assedio degli imperiali.

“In un tale stato di cose, in tanta confusione e rivoluzione della sua patria, entra in campo Rosa per sostenere le parti della Chiesa” predicando e dibattendo, favorita anche dalla fama di miracoli che pare Dio le concedesse di fare. Svolse, insomma, quella che potremmo definire attività politica, nel senso che interpretava, difendendolo a tutto campo, molto del sentire del popolo.

Ovvio che gli avversari ne fossero infastiditi, tanto da ricorrere al presidente imperiale per chiederne la cacciata dalla città con la profezia – come oggi si fa sventolando paurosi fantasmi erariali – di “sollevazioni popolari delle quali avrebbe dovuto lui rendere ragione a Cesare”. E il Pilato di turno – la storia si ripete, sia che le rivoluzioni vengano da sinistra che da altrove – nel 1250 cacciò dalla città Rosa che, riparata a Soriano, lì continuò il suo impegno “politico” per il papa.

Quando, morto Federico II, tornò a Viterbo, la gente l’accolse come eroina e santa, ma le ricche monache del monastero dove avrebbe voluto rinchiudersi non la vollero, giustificandosi che erano a numero chiuso e completo e non perché “poverella”, come invece Rosa replicò loro, avvertendole però che dopo morta lì comunque sarebbe tornata.

Non era più tempo di un suo impegno politico diretto e si ritirò in buon ordine rimanendo fedele al papa e alle sue leggi al punto da meritare la canonizzazione.

Difficile, oggi, tra tanti politici a tempo pieno e a regimi variabili, pensare di trovarne di candidabili alla santità. O, almeno, alla coerenza.

Renzo Trappolini


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