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“Sentite il sangue scorrervi nelle vene, sentite pulsare il cuore del facchino che avete accanto…”

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Viterbo - Santa Rosa - L'abbraccio tra Sandro Rossi e la figlia

Viterbo – Santa Rosa – L’abbraccio tra Sandro Rossi e la figlia

Santa Rosa - I facchini in ritiro nel boschetto dei frati Cappuccini - Sandro Rossi parla ai suoi uomini

Santa Rosa – I facchini in ritiro nel boschetto dei frati Cappuccini – Sandro Rossi parla ai suoi uomini

Santa Rosa - I facchini in ritiro nel boschetto dei frati Cappuccini

Santa Rosa – I facchini in ritiro nel boschetto dei frati Cappuccini

Viterbo - Santa Rosa - I facchini si abbracciano prima del trasporto

Viterbo – Santa Rosa – I facchini si abbracciano prima del trasporto

Viterbo - Santa Rosa - I facchini salutano i familiari sventolando i ciuffi

Viterbo – Santa Rosa – I facchini salutano i familiari sventolando i ciuffi

Viterbo – Per i facchini le ultime ore prima del trasporto sono le più intime. L’omaggio a santa Rosa, nella basilica a lei dedicata. Il ritiro nel boschetto dei frati Cappuccini, con i familiari accanto. Il saluto a mamme e papà, a mogli e figli prima del trasporto. Sul sagrato del santuario, con i ciuffi sventolati al cielo.

Nella basilica di santa Rosa si conclude il giro delle sette chiese. “È la tappa più significativa – ricorda ai facchini il vescovo Lino Fumagalli -. Santa Rosa vi aspettava, ora parlate con lei. Cuore a cuore”. E ogni cavaliere vestito di bianco sfila davanti al corpo incorrotto della patrona e le rende omaggio. Uno a uno. In silenzio. Una preghiera, un pensiero. E c’è chi accende un cero.

Al boschetto dei frati Cappuccini i facchini arrivano attraversando porta della Verità. La salita che porta al convento la percorrono correndo, sulle note della marcia dei Bersaglieri. I parenti li acclamano: con loro trascorreranno le ultime ore prima del trasporto. “Non ricordavo un affollamento di così tante persone da tempo – dice il capofacchino Sandro Rossi -. Familiari e amici ci sono venuti a trovare. E questo significa che nel Sodalizio c’è intesa, affiatamento, collaborazione e unità di intenti. E ciò fa piacere a ognuno di noi e a tutta la città”.

Prima della partenza verso la mossa, gli ultimi ritocchi alla divisa. I papà stringono la fascia rossa intorno alla vita dei propri figli. Le mamme gli arrotolano le maniche della camicia. Mogli e fidanzate, invece, gli annodano il fazzoletto bianco in testa. Dolci rituali, divenuti ormai delle tradizioni. Ma al boschetto c’è spazio anche per i momenti più affettuosi. Gli ultimi baci, gli ultimi abbracci e le ultime carezze prima del trasporto. Come quelle tra il capo facchino Sandro Rossi e sua figlia Elena Sofia. Lui le sfiora il viso con le labbra, lei gli poggia una mano sul petto e gli accarezza il cuore.

Ma il 3 settembre Sandro Rossi è il papà di più di duecento uomini: i facchini di santa Rosa. E prima del trasporto li esorta e li incoraggia. “Siate concentrati e non impressionatevi – afferma -. Quest’anno nella formazione ci sono stati dei cambiamenti, ma ognuno di voi ha ricevuto quel posto perché ha la mia piena fiducia. Non vi è stato regalato nulla. Ciò che avete ottenuto ve lo siete guadagnati sul campo, con la prova di portata e con la vostra disponibilità in tutte le attività del Sodalizio”.



Per percorrere quei mille e duecento metri con la macchina sulle spalle, ai facchini serve tanta forza. Ma la forza fisica non basta. “Dovete tirare fuori il cuore – ricorda Rossi -, che è la componente fondamentale del trasporto. L’amore che nutriamo per santa Rosa è fondamentale. Siate coscienti di ciò che state andando a fare. Date il massimo e non mollate mai. Perché accanto avete un facchino, un fratello, un amico”.

Riferendosi all’invettiva contro gli attuali vertici del Sodalizio, Rossi esclama: “Su questo trasporto ne sono state dette di ogni. Ci hanno detto che non riusciremo a portare santa Rosa a casa. Guardiamoci negli occhi e tiriamo fuori le palle. Dal primo all’ultimo. Siamo tutti facchini. E tutto ci possono dire, tranne che non riusciremo a fare il trasporto. Nel modo più assoluto. Mai. Non lo permetterò mai”.

L’emozione prende il sopravvento sulla voce potente, e Sandro Rossi invita i facchini a fare ciò che non avevano mai fatto prima. “Stringiamoci l’uno all’altro, abbracciamoci l’uno con l’altro, stretti l’uno all’altro. Guide, addetti e dottori. Sentiamo il cuore del vicino. Sentiamo il suo cuore che pulsa, le emozioni che escono dal compagno vicino e il sangue che scorre nelle vene. Stasera, tra di noi, faremo un patto di sangue. Un grande patto. Davanti a san Crispino e al cospetto di santa Rosa. E davanti a loro giuriamo. Lo giurate?”.

Il sì dei facchini risuona potente e tocca le corde dell’anima. E Sandro Rossi chiede: “Con le vostre voci, i vostri cuori e santa Rosa a cui teniamo e vogliamo bene… siete tutti d’un sentimento?”. Questa volta il sì dei facchini sembra far vibrare la terra. “Evviva santa Rosa!”. “Evviva santa Rosa!”. “Evviva santa Rosa!”.

Il tempo stringe. Gloria, la macchina ideata da Raffaele Ascenzi, li aspetta accanto alla chiesa di san Sisto. Alla mossa i facchini arrivano intonando il loro inno: Quella sera del 3, scritto dal presidente onorario del Sodalizio Lorenzo Celestini. Ma prima del “Sollevate e fermi!”, l’ultimo saluto a mamme e papà, a mogli e figli. Sul sagrato della basilica di santa Rosa, con i ciuffi sventolati al cielo.

Raffaele Strocchia


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