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Il suicidio è figlio della solitudine, nell’esistenza ma anche nella propria mente…

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Viterbo - Francesco Mattioli

Viterbo – Francesco Mattioli

Viterbo – A leggere le cronache recenti, pare che il fenomeno dei suicidi sia in aumento nella Tuscia.

Ogni atto suicidario narra una storia che meriterebbe un esame di coscienza della collettività, perché nella mente e nell’istinto dell’essere umano togliersi la vita suona quasi come un atto innaturale, incomprensibile. Quotidianamente ciascuno di noi è impegnato a difendere la propria esistenza, a garantire la propria incolumità, a programmare il proprio domani; così il suicida sconvolge il senso di autodifesa che sentiamo innato in ciascuno di noi.

La letteratura scientifica ci dice che solo una piccola parte (circa un sesto) dei suicidi ha origine da una patologia mentale che erode l’autocoscienza dell’individuo. Tutto il resto, dipende da uno stato mentale di origine sociale, la depressione. Molti oggi insistono per considerare la depressione una malattia, ma non è esattamente così. Certo, a volte ci sembra di trovarci di fronte ad una epidemia, tanti sono coloro che ne soffrono, a vario titolo. E’ senz’altro il “male di vivere”. Ma il male di vivere, la depressione, ha origini esistenziali e sociali, anzi meglio ancora relazionali. Non a caso, si lega alla società moderna, alle sue contraddizioni. Emile Durkheim già alla fine dell’800 descriveva il suicidio “anomico”, il più diffuso, che derivava dal senso di estraniamento che pervadeva l’individuo di fronte ai cambiamenti sociali.

Durkheim osservava che il tasso di suicidi aumentava addirittura nei periodi di boom economico, era più alto nei paesi ricchi che in quelli poveri e lo spiegava con il fatto che maggiori erano le opportunità di soddisfare i bisogni, maggiore era anche la competizione, e quindi il numero degli sconfitti, dei frustrati, dei delusi o dei disillusi. Ai nostri giorni poco è cambiato. I dati statistici confermano queste tendenze (tant’è che in Italia, nel Nordest ci si suicida più che nel Mezzogiorno; e in Svezia più che in Grecia). Semmai, si fa notare che rispetto al passato la nostra società è ancor più competitiva, più selettiva e nonostante il crescente solidarismo del terzo settore, la gente è più sola.

Un giovane che si toglie la vita fa impressione. Anche una donna che lo fa colpisce particolarmente. Ma la gran parte dei suicidi è maschio. Sarà che nella nostra società vige ancora una sorta di “maschilismo” strutturale e culturale: così, l’individuo che non sente più di poter esprimere il suo ruolo nella società, di poterne controllare o dominarne i meccanismi, subisce una sorta di recessione sociale e mentale, perde i suoi punti di riferimento e cade vittima di una depressione senza uscita, se non quella di togliersi la vita. Senza contare l’omicidio-suicidio, dettato per lo più da una gelosia folle, ma a volte frutto di una eutanasia degli affetti. Gran parte dei suicidi avviene dopo i sessantacinque anni; gli anziani sono sempre di più, vivono più a lungo e quindi più spesso rischiano di restare soli e di sentirsi emarginati.

Peraltro, la nostra società ci ha anche abituato ad una soglia di sofferenza bassa, tollerabile. Così, anche l’apprendere di essere vittima di una malattia incurabile scatena spesso istinti suicidari. In passato il “destino” si accettava più facilmente: che si trattasse della fatica del lavoro, della povertà, della marginalità, una fede vissuta senza tanti interrogativi esistenziali rinviava eventualmente la beatitudine a dopo la morte, che così faceva meno paura. Oggi la fede, anche quando c’è, è vissuta con inquietudine, incertezza, dubbio; e il futuro, il dolore, possono spaventare.

Ci sarebbe anche da parlare di certi suicidi annunciati. Sono quelli a cui vanno incontro di fatto coloro che sono schiavi della droga, che se non li uccide nel corpo, li schianta nell’anima. Anche alla radice della tossicodipendenza c’è una perdita dei riferimenti sociali, un “male di vivere”. Ma su questi aspetti lasciamo stare…

Di certo, il suicidio è figlio della solitudine. Solitudine nell’esistenza, ma anche solitudine della propria mente. Un solitudine che talvolta non appare all’esterno, che non fa scattare la solidarietà di coloro che sono intorno alla vittima, perché non riescono a coglierla. O, purtroppo, non hanno “tempo” per soffermarsi quel tanto che basti per coglierla. Sta scomparendo la “comunità”: le famiglie si dividono, si rompono i ponti al loro interno; il vicinato diventa occasione di conflitto più che di reciproco aiuto. La dignità e i rispetto dell’altro sono legati solo al lavoro, ma il lavoro manca; i social servono sempre più a creare collezioni di imprecazioni e di maledizioni, mentre i like vengono postati per apprezzare una parola, una foto, non una persona. Due volte su tre conoscere qualcuno è una delusione, ci trovi facilmente lo sfruttatore, il competitore, persino l’orco; si litiga persino in parrocchia.

Se non “reggi” in una società così complessa e complicata, il rischio di crollare è dietro l’angolo, e questo vale persino per persone apparentemente ricche e famose. Che sono più facilmente circondate da lacché e parassiti, e sono costantemente alla ricerca di conferme, temendo di non “tenere il ritmo”. Da questo punto di vista, la depressione e il suo rischio più esiziale, il suicidio, sono molto “democratici”, non guardano al censo, guardano piuttosto al vissuto dell’individuo, approfittano della sua solitudine esistenziale e colpiscono duro.

Che fare? Forse occorrerebbe recuperare la solidarietà, esprimere verso il prossimo la “caritas” di cui parla Paolo, che non è solo l’aiuto materiale, ma la comprensione e la vicinanza emotiva verso l’altro. Vigilare sulla gente sola, ma vigilare anche su quella che non riesce a realizzarsi, quella che ha perso qualcuno o qualcosa, che ha perso l’orientamento e stenta a mantenere una propria dignità, una propria identità. Giovani che non riescono a “entrare”, o che si accorgono di sfiorire. Persone che si sono isolate o sono state isolate. Che hanno perso le speranze e non riescono più a sognare. Che non provano più curiosità ed entusiasmo per il giorno che viene. Che hanno perso il futuro e rimpiangono il passato.

Persone che si accorgono di essere diventate invisibili al mondo. Persone per le quali vivere è un peso insostenibile e non c’è nessuno che le aiuta a sopportarlo o a dimenticarlo. Persone che hanno ricevuto un sorriso, una pacca sulla spalla, magari anche un regalo e poi è tutto finito lì, perché gli altri avevano altro da fare.

Durkheim sosteneva che nei paesi nordici ci si suicidava più spesso perché la notte arrivava presto a quelle latitudini. C’è una notte che non conosce latitudini. Sta dentro alcuni di noi, e finisce per avvolgerli e trascinarli lontano.

Francesco Mattioli


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