Viterbo – Non è proprio buffo come taluni personaggi mozartiani o rossiniani, ma abbastanza pittoresco in un melodramma dove muoiono tutti, Angelotti, Scarpia, Cavaradossi e Tosca. Una strage.
Il sagrestano brontolone nella Tosca di Puccini in allestimento per la prossima inaugurazione (7 dicembre) della stagione 2019-2020 della Scala trasmessa in mondovisione sarà interpretato da un viterbese, il basso Alfonso Antoniozzi (leader dei personaggi lirici buffi) accanto a mostri sacri come Anna Netrebko, Francesco Meli e Luca Salsi, con la direzione di Riccardo Chailly e la regia di Davide Livermore.
Alfonso lo conosciamo da anni e da vicino essendo peraltro consigliere comunale di minoranza di Viterbo nella cordata di Chiara Frontini.
Andare in mondovisione, come lo sono le trasmissioni della “prima” alla Scala non è cosa da poco e noi siamo orgogliosi che un nostro concittadino sia protagonista di questo evento.
Giacomo Puccini non ha mai indugiato sui personaggi buffi – non era nelle sue corde – se si fa eccezione per alcuni guizzi pittoreschi di Benoit nella Bohème, di Gianni Schicchi, di Goro nella Butterfly e se vogliamo dei tre ministri di Turandot.
Sarà un sagrestano tradizionale o il regista vorrà aggiungere nuove coloriture al povero custode-tuttofare della chiesa romana di Sant’Andrea della Valle?
“Che significa tradizione? Perché se tradizione operistica è ripetere il già visto cambiando solo i colori dei costumi e la disposizione delle colonne della scenografia, allora è museo del presepio. Con Davide Livermore, il regista, sono legato da un profondo rapporto di amicizia prima e di collaborazione poi: è un musicista intelligente, un uomo di cultura, un teatrante sensibile. Sono sicuro che il suo pensiero registico è saldamente ancorato alla partitura e a quello che la musica e il testo suggeriscono, e che la sua regia -a differenza di alcune che vanno per la maggiore- non sarà un semplice pretesto per fare scandalo o far parlare di sé o dello spettacolo. Lo scorso anno aprì la Scala con un Attila che certo non era un Unno con le corna contro un manipolo di Romani con la toga, ma che raccontava il pensiero verdiano in maniera assai più efficace di tanti allestimenti “tradizionali”. Anche se ne sapessi di più, non potrei raccontarlo perché la Scala, contrattualmente, ci obbliga al segreto più totale”.
Il sagrestano compare solo nel primo atto, intento ad accudire con pennelli, colori e cesto “ripieno di cibo prelibato” il “volterriano” Cavaradossi che dipinge nella chiesa romana di S. Andrea della Valle il volto della Maddalena seguendo le forme della seducente marchesa Attavanti.
E’ quanto basta per una vecchia volpe di scena come Antoniozzi per strappare a sipario chiuso un applauso mirato che gli auguriamo di cuore. Quando si accorge che il dipinto della Maddalena assomiglia alla marchesa Attavanti il sagrestano esplode con esclamazioni curiali del tipo “Sante ampolle”, “Fuori Satana. fuori” o “Scherza coi fanti e lascia stare i santi”.
La Scala ti ha già visto alla prova in altre parti. Per esempio?
“Ho debuttato alla Scala nel 1993 con il ruolo di Schaunard ne “La Bohème” a fianco di Mirella Freni e Nicolai Ghiaurov, con la bacchetta di Gianandrea Gavazzeni e la regia di Zeffirelli. Sono poi tornato molte volte: due con il maestro Chailly -che dirigerà questa “Tosca”- per Bartolo del Barbiere e Geronio del Turco in Italia, poi Taddeo ne L’ Italiana in Algeri, Emilio e Beaupertuis ne Il Cappello di Paglia di Firenze, ancora Barbiere, il Marchese nella Linda di Chamounix, Dulcamara ne L’Elisir d’Amore e Melitone ne La Forza del Destino con il maestro Muti”.
Un sagrestano di maniera nella Roma papale del 1800, all’indomani della “spenta repubblica romana” . Lo si avverte dal modo distratto con cui recita l’”Angelus”, più per dovere che per devozione, Quando irrompe sulle scena il barone Scarpia, capo della polizia pontificia, va nel pallone.
“Bada alle tue risposte” gli intima Scarpia e lui balbetta “Misericordia”, “Arcangeli” concludendo con un accorato “Libera me domine”. Esclamazioni esilaranti uscite dalla penna fervida dei librettisti Illica e Giacosa che Puccini ha sottolineato con cadenze inconfondibili”.
Quando inizieranno le prove?
“Il ventotto di ottobre per proseguire fino alla generale prevista per il giorno 4, in cui come di consueto ci sarà pubblico in sala e potremo testare la reazione di chi viene a teatro, forse in maniera più significativa che non la sera dell’apertura in cui, come capita da sempre, è probabilmente la mondanità dell’evento a farla da padrone”.
Possiamo parlare di emozione per un evento così importante?
“Possiamo parlare di emozioni, al plurale. Gioia, innanzitutto, perché torno dopo un bel po’ di tempo in un teatro che mi ha dato tanto. Gratitudine, perché dopo trentacinque anni di carriera mi hanno scelto per far parte del cast del sette dicembre, è non è cosa che succeda facilmente a chi canta principalmente opera buffa, un genere che di solito non si sceglie per inaugurare la Scala, quindi diciamo tranquillamente che per me è un’occasione preziosa e rara.
Felicità, perché lavorerò insieme a persone che amo e che stimo: di Livermore ho già parlato, i costumi li firma Falaschi che è anche il costumista che firma quasi tutti i miei spettacoli (ad esempio il Devereux che quest’anno va in scena alla Fenice e la Bolena che andrà a Genova) e perché alla Scala ritroverò un bel po’ di amici che non vedo da tempo.
Sorpresa, perché è stata una cosa per me inaspettata, in considerazione del fatto che da tempo ormai preferisco far regie od insegnare e andare sul palcoscenico solo quando ritengo che ne valga davvero la pena, e nulla vale la pena più di un sette dicembre. quindi la vita mi ha fatto davvero un bel regalo.
Un briciolo di trepidazione, perché malgrado trentacinque anni di carriera quando si va in scena in un contesto così atteso, analizzato, pubblicizzato, diffuso in mondovisione, certo non ci si va con la medesima spavalderia con cui si andrebbe a cantare un’avemaria a un matrimonio. Ma sono convinto che una volta alzato il sipario, come sempre mi è successo, vincerà il personaggio e l’essere umano si metterà in un angolino a guardare senza disturbare troppo con le emozioni”.
Dal momento che ci siamo, come va la cultura al Comune di Viterbo?
“La cultura al comune di Viterbo è sede vacante dalla fine del mandato di D’Angelo. Si succedono incolori gestioni dell’ordinario, a volte con inaspettati guizzi di vitalità, ma che non essendo asservite a nessun obiettivo di fondo lasciano sostanzialmente le cose come stanno, ossia in mano alla buona volontà dei singoli cittadini considerati dalla politica unicamente come potenziale bacino elettorale. O si cambia modo di pensare o la stagnazione sarà perpetua, con somma gioia di rane e zanzare che, come si sa, sono esseri rumorosi e fastidiosi che prosperano nelle acque ferme”.
Vincenzo Ceniti
