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Quando Cencelli parlò di tasse…

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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – Dovessimo prender sul serio le notizie dal palazzo dove i numeri del bilancio statale vanno e vengono passando incuranti per le nostre tasche, saremmo tentati dalla depressione di chi pensa che le cose vanno sempre peggio.

Meno male però che un santo vecchio, Giovanni XXIII, quando, proprio da vecchio, riunì tutti i suoi per correr dietro al mondo col concilio, ammonì: “gli errori degli uomini si susseguono nella storia e appena sorti svaniscono, storia che è maestra di vita”.

Così, è venuto da pensare rileggendo un discorso sulle tasse che il deputato di Viterbo, il fabbrichese Giuseppe Cencelli, pronunciò alla camera il 2 giugno, ma del 1871, neanche un anno dopo la unificazione di Roma all’Italia e di fronte a un parlamento non ancora trasferito a Montecitorio.

Cencelli non era papalino, ma laico e risorgimentale, eppure, scontento di come il nuovo governo “italiano” stabiliva le tasse, lo accusò duramente dato che “appena messo il piede sul nostro suolo (la provincia romana) voi ci deste aumento del sale, aumento della tassa sul macinato, ingiusta perequazione fondiaria e tassaste pure il granturco che da noi non si pagava” e ricordando che la “popolazione tumultuò e si bastonarono i mugnai” irrideva al fatto che i ministri si giustificassero perché “necessità l’impone, necessità lo vuole…”.

Un po’ come il richiamo all’Europa di oggi che “lo vuole, lo impone” e per essa, per la “necessità”, disse Cencelli” rigettaste la nostra autonomia e noi che appartenemmo a Roma, non contiamo più nulla… ci regalaste tutte le tasse che l’Italia si era create, togliendoci però il tempo di poterci equilibrare, per sopportarle e far crescere il commercio e l’industria” (con gli investimenti).

Cose nuove rispetto alle nostre di queste ore? Oggi che ci crediamo gli inventori del sovranismo e di essere i primi ad invocare da altri (Bruxelles) flessibilità e autonomia (da Roma)?

Già tre giorni dopo l’intervento parlamentare, Cencelli ne diede conto ai suoi elettori con una news letter, diremmo noi, del 5 giugno 1971 che finiva così ”L’apprezzamento del mio discorso lo lascio interamente a voi che siete i miei giudici”.

Ecco, se la storia è maestra di vita e quanto detto sulle tasse un secolo e mezzo fà ha passato l’usura degli anni ed è attuale, il principio del legame del deputato con i suoi elettori ai quali “e non ad altri” render conto, non sembra aver fatto altrettanto e, come le clausole di salvaguardia dell’Iva, viene scaricato sulle prossime generazioni.
Ma prima o poi…

Renzo Trappolini


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