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Medico assolto dopo nove anni, al suo arrivo il paziente era già morto

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La suprema corte di Cassazione

La suprema corte di Cassazione

Angelo di Silvio

Il difensore Angelo di Silvio

Viterbo – (sil.co.) – Medico viterbese assolto dopo nove anni con formula piena dall’accusa di omicidio colposo. Al momento del suo arrivo, il paziente era già morto. 

Si è chiusa dopo quasi un decennio l’odissea giudiziaria in cui è rimasto coinvolto il dottor Ettore Bonarrigo, 61 anni, difeso dall’avvocato Angelo Di Silvio e prosciolto definitivamente dalla cassazione il 17 settembre scorso, dopo un’assoluzione in primo grado e la condanna a un anno di reclusione in secondo grado.

Presunta vittima il pittore Paolo Picozza, scomparso la notte tra il 12 e il 13 settembre 2010 all’età di quarant’anni, in seguito a un malore nella sua casa di campagna a San Martino al Cimino, mentre preparava due mostre personali, a Milano e Bolzano. 

Secondo l’accusa, il medico, intervenuto in via d’urgenza, aveva omesso di compiere tutte le manovre di rianimazione necessarie.

Il giudice di primo grado era pervenuto a pronuncia di assoluzione, ritenendo che Bonarrigo fosse intervenuto sul posto dopo circa 20-25 minuti dalla chiamata, registrata alle 2,41 del 13 settembre 2010: “In un momento in cui il decesso della vittima era già avvenuto (elettrocardiogramma piatto, assenza di parametri vitali, mitriasi fissa, perdita di urine e di feci …per mancanza di impulsi elettrici che arrivano dal cuore) e che, quindi, la rianimazione non fosse stata effettuata, conformemente ai protocolli nazionali ed internazionali, proprio perché accertata, alle ore 2,55, la morte clinica di Paolo Picozza”.

Il giudice di secondo grado è, invece, pervenuto a sentenza di condanna, sottolineando che l’ambulanza è giunta sul luogo circa 8 minuti dopo la chiamata delle 2,41 e che, secondo quanto riferito dalla convivente della vittima, poco prima Paolo Picozza era cosciente e respirava, sebbene male, sicché, se fossero state effettuate le procedure atte a mantenere una ossigenazione di emergenza, sarebbe stata scongiurata con buona probabilità la progressione verso un irreversibile danneggiamento dei tessuti e
degli organi.

“La corte d’appello – si legge nelle motivazioni pubblicate l’11 ottobre della sentenza con cui la cassazione ha annullato senza rinvio la condanna di secondo grado –  ha ritenuto che Paolo Picozza fosse ancora vivo al momento dell’arrivo dell’ambulanza solo ed esclusivamente in base alle dichiarazioni della sua convivente, senza confrontarsi col dato probatorio valorizzato dal giudice di primo grado ai fini dell’assoluzione, costituito dall’esito dell’esame autoptico condotto dal consulente nominato dal pubblico ministero della procura di Viterbo, da cui è emerso che la morte di Paolo Picozza si è verificata 62 ore prima dell’autopsia”.

In primo grado si era ritenuto che Paolo Picozza fosse già clinicamente deceduto al momento dell’arrivo dei soccorsi. “Il giudice di
appello che riformi totalmente la decisione di primo grado ha l’obbligo di delineare le linee portanti del proprio, alternativo, ragionamento probatorio e di confutare specificamente i più rilevanti argomenti della motivazione della prima sentenza, dando conto delle ragioni della relativa incompletezza o incoerenza, tali da giustificare la riforma del provvedimento impugnato”, scrivono gli ermellini. 

Superfluo per la cassazione annullare la sentenza con rinvio, per accertare se l’imputato sia giunto sul posto prima o dopo la morte di Paolo Picozza: “Visto che si evince dalla sentenza impugnata che il suo intervento, in considerazione delle cognizioni mediche e delle circostanze del caso concreto, non avrebbe potuto salvarlo con l’alto grado di credibilità razionale e, cioè, di elevata probabilità logica o probabilità prossima alla certezza richiesto, secondo l’elaborazione giurisprudenziale, ai fini della configurabilità del nesso causale”.

In conclusione, entrando nel merito, la cassazione scrive: “La sentenza impugnata va annullata senza rinvio perché il fatto non sussiste”.


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