Viterbo – Aggressione in carcere al pm antimafia Giovanni Musarò. Sono stati interrogati ieri davanti al giudice Silvia Mattei dalla pm Eliana Dolce e dai difensori i tre agenti della penitenziaria imputati di violata consegna e falso ideologico. Non avrebbero vigilato sull’incontro del 7 novembre 2012 tra il potente boss della ‘ndrangheta di Palmi e il procuratore Musarò, all’epoca a Reggio Calabria e attualmente in forza alla Dda di Roma, dove è titolare col pm Francesco Tucci dell’inchiesta sulla mafia viterbese sfociata in 13 arresti lo scorso 25 gennaio.
“Nessuno ci aveva ordinato una scorta speciale per il pm antimafia aggredito dal boss”, hanno confermato tutti.
Secondo l’accusa, Mauro Ferrara, Luigi Di Filippo e Felice Costabile – difesi dagli avvocati Simona Bellezza e Remigio Sicilia – avrebbero disubbidito all’ordine di accompagnare in due il boss della ‘ndrangheta Domenico Gallico, detenuto al 41 bis, con le manette ai polsi, all’interno della sala colloqui, scrivendo oltretutto nel “rapportino” di averlo fatto. Soltanto uno, inoltre, sarebbe stato presente alla perquisizione condenudazione del detenuto, nonostante non sia stato il solo a firmare il verbale.
Smentiti dalla vittima e dal video delle telecamere di sorveglianza – oltre che dalla vittima e dall’avvocato Luigi Mancini, chiamato all’ultimo momento d’ufficio ad assistere il detenuto che pure aveva chiesto lui il colloquio – nessuno dei tre poliziotti era nella saletta. Non dentro, ma fuori. Uno sull’uscio, gli altri due nel corridoio.
Tutti e tre hanno negato di avere mai ricevuto ordini dall’alto di una scorta speciale al boss, per fornire la quale sarebbero serviti sul posto sei agenti e non tre. Luigi Di Filippo e Felice Costabile hanno invece ammesso di avere scritto il falso nel “rapportino”, mentre Mauro Ferrara si è rifiutato di seguire il suggerimento del superiore Di Filippo, che sarebbe stato spinto dal panico a fare pressione sui colleghi, avendo saputo che incolpavano loro dell’accaduto.
“Noi eravamo qui”, avrebbe detto Di Filippo a Musarò che, subito soccorso, col volto coperto di sangue, avrebbe commentato: “Io lo avevo detto”. Il magistrato avrebbe replicato: “Non vi sognate di scrivere che eravate qui”. Poi, nelle ore successive, sarebbe intervenuto, per una richiesta di chiarimenti sulla dinamica, anche il ministro. Arrivato a sera, quando hanno scritto il “rapportino”, sarebbero stati nel panico. La mattina successiva hanno avuto conferma di essere nei guai, quando è arrivata la lavata di capo della direttrice Maria Teresa Mascolo.
“Subito dopo avere parlato con la direttrice siamo andati nell’ufficio del sovrintendente a chiedere spiegazioni”, hanno detto. Tutti erano arrabbiati. “Ho sbottato e gli ho detto in napoletano: ‘Tu non mi hai detto niente’. Lui ha abbassato la testa e siamo usciti”, ha spiegato l’ispettore Luigi Di Filippo, l’unico dei tre imputati attualmente in pensione.
C’è poi l’altro falso. La firma di Di Filippo sotto il verbale di perquisizione con denudazione di Gallico, cui era presente solo Mauro Ferrara. “Una prassi, perchè con tanti detenuti da perquisire tutti i giorni e pochi agenti, funziona così. Il superiore mette la firma anche se non è presente”, hanno detto tutti e tre.
Nel corso dell’esame è tra l’altro emerso come il boss Gallico, che ha colpito il pm antimafia mani nude, con un pugno in faccia dopo avere finto di porgergli la mano per un saluto, avrebbe tentato di portare nella sala colloqui un’arma ben più pericolosa, una penna o una matita, che gli è stata sequestrata durante la perquisizione.
Il processo è stato rinviato al 4 novembre per la discussione.
Pm aggredito per avere fatto arrestare la madre del boss
Gallico avrebbe aggredito Musarò per vendicarsi dell’arresto della madre, all’epoca ottantenne, Lucia Giuseppa Morgante, avvenuto una decina di anni fa.
Nel 2016 la donna, oggi 93enne, è stata condannata all’ergastolo per omicidio e associazione mafiosa assieme ai figli Domenico e Giuseppe, entrambi già ergastolani in regime di 41 bis. Revocati i domiciliari, disposti per le condizioni di salute incompatibili con il carcere, la Morgante è finita di recente nuovamente ai domiciliari, disposto da metà giugno al 31 dicembre 2019. Secondo gli inquirenti avrebbe continuato a dare il suo contributo per la gestione di una delle cosche più temibili della mafia calabrese.
L’anziana è passata alla storia per avere sfidato Matteo Salvini, nel 2018, quando il vicepremier si è recato a Palmi per consegnare al commissariato di polizia un immobile confiscato nel 2017. In quell’edificio, che era poi la sontuosa villa dei Gallico, proprio al centro di Palmi, Salvini ha trovato il primo piano occupato dalla donna, avendo la famiglia impugnato davanti al Tar il provvedimento di sgombero.
Il ministro colse l’occasione per criticare il permesso di incontrare la propria madre accordato a Domenico Gallico, malgrado il parere contrario della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria: “È secondo me incredibile che lo stato spenda migliaia di euro per permettere a delinquenti ergastolani di venire a incontrare la loro madre altrettanto delinquente ed ergastolana”.
Un altro figlio della donna, Carmelo Gallico, anche lui più volte arrestato, alle vicissitudini giudiziarie ha legato la professione di scrittore. Ha anche vinto come migliore recensione il premio “Bancarella”, ottenuto con lo pseudonimo Erasmus.
Un anno fa la testimonianza del pm Musarò
Non si è costituito parte civile al processo, ma il 13 luglio 2018 è stato ascoltato dal giudice come parte offesa il pm Giovanni Musarò, 43 anni, il quale, davanti al pubblico che affollava l’aula 5 della sezione penale del tribunale di Viterbo, ha reso una drammatica testimonianza.
“Gallico è un demonio, un criminale progettato al computer. Chiesi che venisse scortato da due agenti e ammanettato con le mani dietro la schiena”, ha detto il magistrato, d’origine leccese. “Non uno così, ma uno laureato in giurisprudenza e che sa come creare problemi”, ha sottolineato. “Un soggetto ritenuto a tutt’oggi capo indiscusso e personaggio di vertice della ‘ndrangheta”, ha spiegato Musarò, che tra il 2006 e il 2008, intercettando la posta e i colloqui in carcere coi parenti, ha disposto l’arresto di “tutti i familiari, compresa la madre ottantenne. Poi aprimmo anche un’indagine parallela sugli avvocati della cosca Gallico”.
Gli arresti sono sfociati nel 2011 in un maxiprocesso con 50 imputati della storica cosca dei Gallico, davanti alla corte d’assise di Palmi, e nel 2012 in un avviso di fine indagine a carico del boss recluso in regime di 41 bis a Mammagialla che, come suo diritto, chiese di essere interrogato. “Mi sembrò strano, ma non potevo dire di no, pena l’annullamento della richiesta di rinvio a giudizio. Ero preoccupato, per via di un precedente. Nel 1992, con la scusa di rilasciare spontanee dichiarazioni a un processo in cui era imputato, Domenico si è alzato e ha dato uno schiaffo al presidente della corte d’assise, che venne immediatamente ricusato dai suoi avvocati. Lo dissi al procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, Michele Prestipino, il quale mi consigliò di chiedere una rogatoria. Ma siccome anche il fratello, detenuto nel carcere di Opera a Milano, voleva essere interrogato, allora decisi per un unico viaggio”, ha detto Musarò spiegando le ragioni per cui è venuto a Viterbo.
“Mi premunii, chiedendo all’uffico matricole di Mammagialla la presenza di due agenti dentro la stanza e che Gallico venisse portato nella sala colloqui ammanettato, con le mani dietro la schiena. Anche perché stranamente, andando prima a Milano, l’avvocato del fratello non si era presentato, per cui feci richiamare dalla mia segretaria, dicendo che spiegasse che la richiesta di due agenti non era per la verbalizzazione, ma per difesa personale e che mandassero due grossi, due energumeni. Al capoturno che mi prese in carico dissi: ‘Se questo detenuto avrà la possibilità di colpirmi, lo farà’”, ha proseguito, spiegando che gli sarebbe bastato afferrare una penna durante il colloquio.
“Guarda caso neanche il suo avvocato, Guido Contestabile del foro di Palmi, storico difensore dei Gallico, si è presentato. E al suo posto giunse, come sostituto processuale, un giovane avvocato del foro di Viterbo, Luigi Mancini, che non conosceva il detenuto. Eravamo noi due soltanto nella saletta quando Gallico è entrato dentro da solo, è venuto verso di me col passo molto sostenuto e mi ha detto ‘procuratore, finalmente ci conosciamo, posso stringerle la mano?’. Io istintivamente gli ho porto la mia e lui mi ha sferrato un pugno in piena faccia, un sinistro che mi ha rotto il naso. Sono caduto tra le sedia e il muro per un periodo che mi è sembrato interminabile, anche se dev’essere durato pochi secondi, mentre Gallico mi prendeva a calci e pugni. Ho sentito l’avvocato Mancini gridare e fare qualcosa, poi sono giunti i poliziotti, che me lo hanno staccato di dosso a fatica”.
“A un agente che si è scusato dicendo che era successo tutto in un attimo, ho dato un consiglio da magistrato: ‘Non scriva e non dica che qui dentro c’era qualcuno di voi’”. Portato a Belcolle ha però ricevuto una telefonata “rivelatrice” da un amico del Dap, che lo chiamava per esprimergli solidarietà: “Mi disse: ‘Ho saputo che la penitenziaria è stata tempestiva’. E mi sono molto arrabbiato, perché avevo il naso rotto e dovevo operarmi, me lo ero rotto sul lavoro ed era stato Domenico Gallico, l’ultima persona che volevo mi rompesse il naso. Non ho denunciato Gallico perché non volevo astenermi dal processo contro la cosca. E infatti non mi sono astenuto”.
Silvana Cortignani
