Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Continua, anche dopo la commemorazione del centenario della Grande Guerra, l’opera di ricerca dell’Associazione culturale Take Off riguardo a fatti avvenuti durante il primo conflitto mondiale e alla ricerca del luogo di sepoltura dei caduti viterbesi quando non dichiarati dispersi.
Molte notizie e molte immagini recuperate, tra le altre, sono state allestite in dieci grandi pannelli espositivi all’interno della ex chiesa degli Almadiani in Piazza del Sacrario, il 4 novembre scorso. Grazie al prezioso aiuto, tra gli altri, degli amici Luca Pallotta e Angelo Topi.
In continuità con questo prezioso lavoro di ricerca, alcuni giorni fa, all’interno del Sacrario dei Caduti d’oltremare di Bari, sono stati localizzati i resti di un viterbese.
Si tratta di Giuseppe Carosi, figlio di Luigi e di Adelaide Grazini, nato a Viterbo il 20 giugno 1897, di professione contadino, nel 1915 allievo volontario nella Guardia di Finanza di terra, nel 1916 mobilitato con il 16esimo battaglione della Regia Guardia di Finanza in territorio dichiarato “istato di guerra”, morto per “catarro enterico acuto” il 13 luglio 1917 a Argirocastro (Albania) nell’ospedale da campo n. 173. Successivamente sepolto nel cimitero di Valona (Albania).
E’ stato difficile ritrovarlo, perché i nomi dei Caduti sepolti all’interno del Sacrario barese non sono consultabili on line. Inoltre pochissime le notizie sui luoghi della sua sepoltura e della sua morte. All’interno dell’”Albo d’oro dei Caduti della Grande Guerra di Viterbo e frazioni” realizzato nel 1993 si trovano soltanto pochissimi dati ricavati dall’”Albo d’Oro dei caduti e dispersi della Prima Guerra mondiale”, stilato a cura del Ministero della Difesa, e una sua foto. Soltanto nel foglio matricolare 38534 conservato presso l’Archivio di Stato di Viterbo abbiamo potuto trovare notizie più dettagliate.
Il Sacrario dei Caduti d’oltremare, aperto a Bari il 10 dicembre 1967, a un centinaio di metri dalla spiaggia del mare Adriatico, ospita le spoglie di oltre 75.000 militari italiani caduti in terra straniera (circa 40.000 dei quali ignoti), riportati in patria a seguito della dismissione dei cimiteri di guerra, costruiti a suo tempo nei territori stranieri.
I resti mortali di questi poveri ragazzi, tumulati oggi nel Sacrario del quartiere barese Japigia, provengono dai territori dove operarono le truppe italiane durante la prima e la seconda guerra mondiale: Balcani, Africa settentrionale e Orientale, Mediterraneo. Recentemente in questo grande Sacrario sono stati sistemati anche i resti di militari e civili deceduti in campi di concentramento o di lavoro dell’ex Repubblica Democratica Tedesca.
Una lapide all’ingresso della costruzione sacra ammonisce: “La maestà solenne del luogo non è veduta per gli occhi se prima non è sentita nel cuore” e poi ancora: “Non curiosità di vedere ma proposito di ispirarvi vi conduca”. Più avanti, nel chiostro, ancora altre epigrafi: “I loro corpi sono sepolti in pace ed il ricordo vivrà in eterno”, “Ottennero il regno della gloria e la mano del Signore li protegge”.
I loculi, nei quali riposano i resti dei caduti, sono disposti in ordine alfabetico, sigillati con una lastra di bronzo che ne riporta il nome e il grado.
Il viterbese Giuseppe Carosi, trasferito dal suo primo luogo di sepoltura di Valona, riposa oggi nel settore 7 dei “Caduti in Albania tra il 1915 e il 1918”, nel loculo più in alto della sesta fila di destra, difficile anche leggere il suo nome a causa dell’elevata distanza da terra.
Giuseppe era alto 1 metro e sessanta centimetri, torace 90 centimetri, capelli lisci di colore castano, naso e mento regolari, occhi castani, colorito roseo, dentatura sana, e sapeva anche leggere e scrivere.
Ogni sera, al tramonto, il tempo che passa all’interno del Sacrario è scandito da nove solenni rintocchi di una grande campana di bronzo sulla quale è scolpita la frase Victi vivimus (Viviamo anche da vinti).
Anche Giuseppe, come tutti gli altri ragazzi caduti, vivrà per sempre. La mattina accarezzato dal sorgere del sole e dalla brezza marina del vicinissimo mare Adriatico e la sera accompagnato dai rintocchi della campana.
Da viterbesi, orgogliosi di lui e anche di tutti gli altri Caduti, abbiamo cercato di immaginarlo più di un secolo fa a Viterbo, quando era ancora vivo, pieno di sogni, desideri e speranze: intento a lavorare nei campi, devoto a Santa Rosa, nei giorni di festa a passeggio lungo il Corso Vittorio Emanuele o Via del Melangolo, a Pratogiardino e mentre attraversava il Ponte Tremoli, e in tutti gli altri luoghi che sicuramente lui ha frequentato numerose volte ignaro di essere strappato violentemente, prematuramente, in giovanissima età, dalle sue radici viterbesi.
Silvio Cappelli
Presidente Associazione culturale Take Off




