Roma – Settemila su quattordicimila, tornati negli ultimi otto anni in università ed enti di ricerca italiani, hanno deciso di tornare in altri paesi europei.
Dal 2011 al 2017 ogni anno sono rientrati in Italia 2mila top workers, soggetti con requisiti di elevata specializzazione, in possesso di un titolo di laurea che hanno maturato un’esperienza lavorativa estera almeno biennale o hanno conseguito un titolo di studio di livello accademico all’estero.
In sette stagioni 14mila cervelli italiani hanno studiato o lavorato all’estero, sono rientrati per un periodo in Italia e poi sono tornati in un altro paese europeo.
Questa seconda fuga è dovuta in primo luogo ad un’offerta di lavoro irrinunciabile, poi alla nostalgia delle buone pratiche scoperte nel resto d’Europa e all’impossibilità di accedere alle agevolazioni fiscali che i vari decreti hanno introdotto.
Il decreto crescita dello scorso aprile in prima istanza aveva incrementato al 70 per cento il reddito esente per chi rientrava in Italia, per chi tornava in una regione del sud al 90 per cento. Benefici superiori per docenti e ricercatori. Il reddito medio dei lavoratori altamente qualificati è alto e questo comporta una perdita per lo stato di un grosso gettito. La perdita si può stimare in più di 200 milioni.
Il gruppo del controesodo ha proposto un emendamento al senato per allargare a chi è già rientrato la defiscalizzazione spinta. In Germania la comunità degli accademici italiani è la più forte dopo quella autoctona. Negli ultimi due anni i ricercatori migranti sono costati all’Italia che li ha istruiti 7 milioni di euro.
