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L’ospedale grande degli Infermi, tra “Camicione” e i piatti di suor Lorentina

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Viterbo - Suor Onorina con gli infermieri Giuseppe Achilli, Angelo Chiodo, Armando Bonucci e Passeri

Viterbo – Suor Onorina con gli infermieri Giuseppe Achilli, Angelo Chiodo, Armando Bonucci e Passeri

Viterbo - Suor Eugenia e suor Marisa con alcune infermiere

Viterbo – Suor Eugenia e suor Marisa con alcune infermiere

Viterbo - La squadra di calcio dell'ospedale del 1967

Viterbo – La squadra di calcio dell’ospedale del 1967

Viterbo - L'ingresso dell'ex ospedale

Viterbo – L’ingresso dell’ospedale grande

Viterbo – Anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso. L’odore dolciastro e sgradevole che t’avvolgeva e ti restava addosso per ore appena varcata la vetrina d’ingresso dell’ospedale grande degli Infermi sul colle del Duomo a Viterbo dev’essere stata una miscela di essenza di disinfettante (tipo trementina) con aliti di covaticcio.

Lo chiamavano “Grande” per distinguerlo, al momento della sua creazione, nella seconda metà del Cinquecento, dagli altri più piccoli sparsi nella città e dintorni.

Dal 1950 (anno del suo riassestamento dopo la seconda guerra mondiale) fino al trasferimento a Belcolle nel 1991, il suo garage naturale era la bellissima piazza San Lorenzo al cospetto della cattedrale e del palazzo dei Papi, impietosamente invasa ogni giorno da decine di auto in sosta (non tante per la verità) che rimandavano alle calende greche i progetti per chiudere il centro storico al traffico veicolare.

L’accesso era controllato da custodi seduti a turno accanto alla porta. Si entrava nei primi tempi dalle 11 alle 12 e dalle 15 alle 16. Il più burbero era Igino, ma alla fine  un bonaccione.

Una volta entrati si andava a destra per la sala operatoria e la chirurgia uomini e donne (primario Anacleto Cirenei), con corsie separate di circa cinquanta letti ciascuna. A sinistra per medicina uomini e donne, con altrettanti posti letto, guidata da Vittorio De Antoni, storico direttore sanitario dell’ospedale di quegli anni. La cappella affidata a don Mario (Camilliano), affiancato poi da padre Scipione, era allestita in uno spazio sottostante la grande scala per il piano superiore, su cui troneggiava la grande tela tardo cinquecentesca raffigurante La piscina probatica di Cesare Nebbia, oggi alla fondazione Carivit.

Il pronto soccorso si trovava in uno stabile con accesso nella piazzetta antistante all’entrata dell’ospedale. Disponeva di un’astanteria con 7-8 letti. I pazienti indirizzati ai reparti dovevano fare in barella un breve tratto a cielo aperto, dal momento che non esisteva un sottopassaggio.

Ma non pensiamo al pronto soccorso di oggi. Non era molto frequentato e non si formavano code se non in casi eccezionali. Era diretto dallo stesso De Antoni con i medici, a seconda dei casi, di chirurgia e medicina e 3-4 infermieri. Gli incidenti stradali non erano frequenti come ai nostri giorni. Non esistevano i 118 e le organizzazioni di volontariato. I pazienti bisognosi di cure urgenti nella maggior parte dei casi venivano trasportati in auto da parenti o amici. Di notte, poi, gli arrivi si facevano molto più rari, a parte qualche ubriacone che s’aggirava nei paraggi per un riparo e ricevere un pasto caldo (magari dopo essere stato lavato).

Del tutto marginali i servizi di radiologia e laboratorio analisi. Accanto al pronto soccorso era attivo un piccolo bar affidato a Bruno Morbidelli, che lo gestiva insieme alla moglie e ai figli. In seguito verrà spostato nel giardinetto con la fontana alla destra dell’ingresso centrale e condotto da tale Santino di Vignanello.

Sul fronte opposto si trovava l’edificio dei cosiddetti “infettivi”, che s’affacciava su piazza San Lorenzo. Le caldaie, la centrale elettrica e la lavanderia (coordinata da Tito Marzi) davano su via Sant’Antonio, così come la camera mortuaria, la cui rampa di accesso mi ricorda una scena tragica che non posso dimenticare. Nel 1944, dal rifugio antistante del palazzo di Vico dov’ero rintanato con i miei, la vidi coperta di cadaveri e moribondi in seguito al bombardamento aereo.

L’ospedale disponeva anche di biblioteca, guardaroba e sartoria per la confezione delle divise.

Come in ogni buona famiglia, si usavano coloriti soprannomi con cui si bollavano alcuni dei personaggi più caratteristici. Il padre di don Salvatore del Ciuco, ad esempio, un infermiere, veniva chiamato “Camicione”. Un altro “Cautela”: gli fu detto di trasportare un paziente con cautela e lui tardava a venire poiché non trovava il signor Cautela. Altri ancora il “Musichiere” (somigliava a Mario Riva) e “Giremeintorno” (te lo trovavi sempre tra i piedi).

L’organico dell’ospedale (un totale di quasi 350 dipendenti per un circa 250 letti) era integrato da una ventina di suore dell’Ordine minime del Sacro cuore di Poggio a Caiano, già presenti a Viterbo dal 1939. Alcune avevano l’incarico di capo sala.

Una delle prime coordinatrici fu suor Onorina (milanese, severa, intransigente, umana). Tra le altre, mi vengono in mente suor Cecilia, suor Rosa, suor Francesca Romana, suor Assuntina, suor Marisa, suor Olimpia e suor Eugenia, che per un periodo di tempo dirigeva la scuola infermieri professionali allestita a San Carluccio. Va detto, a vanto della scuola, che tre suoi infermieri parteciparono a un concorso indetto dall’ospedale Gaslini di Genova, classificandosi nelle primissime posizioni su 700 partecipanti.

Non vogliamo far torto alle maestranze di oggi, ma le suore dell’ospedale grande erano una risorsa per l’organizzazione di allora e la loro professionalità è ancora ricordata e apprezzata dai meno giovani per umanità e dedizione.

Quella addetta alla cucina, suor Lorentina, era la più simpatica e gioviale. Riceveva gran parte delle derrate alimentari a chilometro zero dalle campagne di Fiescoli (lungo la Cimina) e Asinello (zona del Signorino), gestite dall’azienda agricola dell’ospedale (carne, latte, vino, olio, verdure, pollami, frutta ecc). Oggi non accade, ma allora ai pazienti che lo desideravano veniva anche somministrato un bicchiere di vino a pasto.  

La cucina e i vani annessi si trovavano nel piccolo slargo che si apre all’uscita dagli attuali ascensori in salita da valle di Faul. Uno di questi ambienti era destinato a forno per il pane e dolciumi affidato a Luigi Valdannini, Agostino Malè (il fratello del campione di boxe Giggetto) e Aldo Borgatti.

Le suore per un certo periodo alloggiavano in  alcune stanze sopra il pronto soccorso, poi nel dismesso hotel Chigi gestito da Eraldo Arciola in via Chigi. Il pasto veniva distribuito ai pazienti utilizzando un carrello che trasportava le vivande. Le minestre, in particolare, erano contenute in un grande calderone da cui si attingeva con lo “sgommarello” per riempire le scodelle. In verità le suore erano indispensabili poiché in quei tempi non era facile reperire infermieri, il cui lavoro era considerato degradante.

L’amministrazione occupava alcuni vani di palazzo Farnese, sotto la direzione amministrativa di Domenico Berni, una garanzia in campo giuridico e amministrativo. Giuseppe Lanzetti era il capo economo e Giuseppe Cencioni gestiva la squadra tecnica.

Presidente dell’allora Ipab (la forma giuridica dell’ospedale prima della riforma sanitaria applicata nel 1980) era Mario Paternesi, cui sono seguiti nel tempo Rodolfo Gigli, Fidelfo Paccosi, Romolo Camilli, Santino Clementi, Silvio Melinelli, Italo Aquilani, fino a Luigi Paradiso, che coordinò le operazioni per il trasferimento a Belcolle a partire dal 1991.

Intorno al 1965 ci fu un salto di qualità, grazie ad alcuni giovani medici che favorirono, d’intesa con l’amministrazione, la creazione di nuove discipline: pediatria (Franco Maria Cordelli), neurologia (Aldo Laterza), ostetricia (Tavella e poi Rinaldo Camusi), cardiologia (Nicola Serra), radiologia (Luigi Ciarpaglini, il più giovane primario d’Italia), otorinolaringoiatria (Lorenzo Marcucci), ortopedia (Franco Masini), oculistica (Manlio Andreocci), laboratorio analisi (Giambattista Lo Monaco) e altri.

Il pronto soccorso venne affidato a Claudio Carriero (anestesista), che fu poi anche direttore sanitario come Marco Travaglini. Qualificata e apprezzata la presenza in chirurgia di Dante Manfredi, fratello dell’attore Nino, che succedette a Cirenei. 

Salto di qualità anche nelle strutture, con l’ammodernamento di alcuni reparti e la realizzazione al secondo piano di una decina di camere a pagamento dotate di bagno privato e due letti (uno per il malato a l’altro per l’accompagnatore). In casi di sovraffollamento si preparavano i letti bis. Si racconta che il primario De Antoni, in previsione di Pasqua e Natale, facesse allestire letti aggiuntivi, per far fronte a probabili pazienti alle prese con indigestioni per eccesso di cibo. C’è anche da dire che i malati raramente si mandavano in altri ospedali.  

I dipendenti disponevano  di un Cral aziendale che promuoveva attività sociali e ricreative. I più dotati formarono una squadra di calcio che nel 1967 fece bella figura al torneo degli enti locali. Ne facevano parte, tra gli altri, Marcello Calevi, Sergio Andreoli (mitico difensore della Roma nell’anno dello scudetto 1941-1942), Aldo Borgatti, Luciano Zaffamenti, Giorgio Mencarelli, Mario Fabbrini, Gino Angeli, Eraldo Delle Monache.

Da circa trent’anni l’immobile del vecchio ospedale grande degli Infermi, nel cuore del centro storico, è abbandonato e versa in uno stato di desolante degrado. Il suo recupero e la sua riutilizzazione comportano grandi investimenti, che, in tempi come questi, è difficile perfino immaginare.  

Occorrerebbe un altro salto di qualità, se non addirittura un miracolo.

 

Vincenzo Ceniti
Console Touring


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