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“Non c’è un progetto che possa seriamente rilanciare e promuovere Ferento”

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Viterbo - Alfonso Antoniozzi

Viterbo – Alfonso Antoniozzi

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Le cronache ci raccontano che i viterbesi, nel dodicesimo secolo, decisero di liberarsi definitivamente del dominio della splendidissima città di Ferento mettendola a ferro e fuoco e annientandola completamente.

Della città, come molti sanno, resta la palma simbolo di Ferento ora presente nello stemma del nostro comune a perenne memoria della conquista e un sito archeologico a testimonianza del passato splendore di un luogo che diede i natali a un imperatore e a Domitilla, che fu sposa di Vespasiano e madre degli imperatori Tito e Domiziano.

Il lavoro di distruzione della città da parte dei viterbesi non si è mai arrestato nel corso dei secoli. Malgrado il sito archeologico costituisca, come gran parte del nostro patrimonio culturale, una potenziale miniera d’oro per i flussi turistici grazie al teatro romano, alla necropoli, alla strada romana, ai resti dell’urbanizzazione e a tutto quello che si potrebbe ancora trovare continuando le ricerche, Ferento è praticamente abbandonata a sé stessa.

Il comune da sempre si ricorda della sua esistenza solo in occasione del bando per le attività teatrali estive, concepito come di consueto nell’ottica del “diamo questi soldi, ci pensi qualcun altro” e mai immaginando un progetto che possa seriamente rilanciare e promuovere un sito che, in mano d’altri, sarebbe un fiore all’occhiello per il territorio.

Fortunatamente la buona volontà dei cittadini privati, che ovunque in Italia mette efficaci pezze all’inerzia di chi governa, si è presa cura di Ferento: l’associazione Archeotuscia non solo si occupa, volontariamente e a titolo gratuito, di mantenere aperto e visitabile il sito archeologico provvedendo alla sua manutenzione, ma si impegna nella sua valorizzazione mediante iniziative culturali e didattiche, l’ultima delle quali è la rievocazione storica che da tre anni attira un pubblico di appassionati e di curiosi.

Parrebbe a noi cittadini che i volontari impegnati in un lavoro così importante per la città, per la sua storia e per il suo turismo debbano essere destinatari di un contributo, anche minimo, da parte del nostro assessorato alla Cultura. E invece no.

Quando Archeotuscia chiede all’assessorato una richiesta di contributo sul totale delle spese sostenute nel 2018, regolarmente documentate, per la pulizia del sito, l’inserimento di cartelli esplicativi per i turisti e la rievocazione storica, l’assessorato risponde che dopo il bando per il settembre viterbese non usciranno altri bandi, e che i soldi quelli sono e sono finiti.

Vede, assessore de Carolis, se la sua finalità fosse quella che mi ha raccontato all’inizio della consiliatura, ossia fare “la cabina di regia” delle associazioni culturali, i soldi li troverebbe. Non ci sono? Si puntano i piedi in fase di bilancio. Non arrivano? Ci si dimette perché la giunta non sostiene la visione dell’assessore e si lascia che la firma sulla morte culturale della città la metta qualcun altro.

La realtà, invece, è che la politica culturale della città è unicamente quella degli eventi, se organizzati da persone di dichiarata fede politica, meglio.

I volontari che invece dedicano tempo, energie e spesso anche denari propri per la valorizzazione del territorio, la conservazione e la fruizione del nostro patrimonio culturale, la memoria del passato che è monito per il futuro, quelli si arrangino tranquillamente perché avemo fatto il settembre viterbese, potevate fa’ un eventino pure voi.

Che vergogna.

Alfonso Antoniozzi
Consigliere comunale Viterbo 2020


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