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Racket delle estorsioni e dell’usura, chiesti sette anni e mezzo per Claudio Casamonica

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Consiglio Di Guglielmo

Consiglio Di Guglielmo -Per l’accusa è Claudio Casamonica

Tribunale - Consiglio Di Guglielmo, al centro, tra gli avvocati Fasto Barili e Mario Giraldi (a destra)

Tribunale – Consiglio Di Guglielmo, al centro, tra gli avvocati Fasto Barili e Mario Giraldi (a destra)

Viterbo – Processo “Fire”, chiesti sette anni e mezzo per Consiglio Di Guglielmo, alias Claudio Casamonica, l’imprenditore romano di 67 anni accusato di aver tentato di creare nella Tuscia, tra il 2007 e il 2009, un’organizzazione specializzata nel racket delle estorsioni e nell’usura. 

Il pubblico ministero Stefano D’Arma ha inoltre chiesto la condanna a due anni di reclusione per il figlio Sabatino Di Guglielmo, a tre anni per il viterbese Raffaele Pollegioni e a due anni per il civitonico Adolfo Perazzoni.

Secondo la procura, i Casamonica, per farsi pagare il pizzo, a settembre 2007, avrebbero lasciato due taniche di benzina sull’ingresso della concessionaria Lem, dopo avere intimidito Matteo Leporatti, minacciandolo di fare letteralmente fuoco e fiamme: “Se non paghi fai una brutta fine, risolviamo come si fa a Napoli”.

Avrebbero inoltre tentato di estorcere denaro all’unica parte civile per un’auto non pagata e tentato di usurare un imprenditore in difficoltà che aveva bisogno urgente di 50mila euro. 

“Tutte le vittime hanno in comune la ritrosia ad ammettere quanto emerso dalle intercettazioni, nessuno è venuto spontaneamente a denunciare, per il timore evidente di ritorsioni – ha detto D’Arma, sottolineando in particolare il comportamento di Matteo Leporatti – non voleva parlare, per sentirlo lo abbiamo dovuto citare 2-3 volte, perché non si presentava a testimoniare in aula, poi il 10 gennaio 2017 ha ridotto al minimo il suo esame”.

Secondo il pm, Leporatti temeva per l’incolumità sua e della sua famiglia: “Emerge chiaramente dalle intercettazioni, in cui un amico suo e di Consiglio Di Guglielmo dice a una terza persona: “Leporatti si sta a caca’ sotto, fa gli impicci e trema, poi tocca a noi salvarlo'”.

Leporatti fu contattato una prima volta il 21 agosto 2007 per la restituzione di un presunto debito di 160mila euro maturato con Claudio Casamonica dal suo ex socio. Il 14 settembre furono trovate le due taniche di benzina sulla porta della concessionaria sulla Cassia Nord. 

Al riguardo ha parlato di “volo pindarico” da parte degli investigatori il difensore Fausto Barili. “Leporatti ha detto espressamente di non avere mai subito intimidazioni da Consiglio Di Guglielmo. Negli stessi giorni furono trovate taniche di benzina anche davanti a un’azienda ittica,  a una rivendita di gomme, a un negozio di moto e a un’altra rivendita di auto. Non si capisce perché, solo per il caso Leporatti, si sia arrivati a certe conclusioni. Per quanto riguarda invece la tentata usura, c’era la disponibilità, da parte del mio assistito, a fare un prestito a un imprenditore in difficoltà, che però ci ha ripensato senza giungere ad alcun accordo”, ha detto il legale, chiedendo l’assoluzione con formula piena dell’imputato. 

L’altro difensore di Consiglio Di Guglielmo, l’avvocato Mario Giraldi del foro di Roma, è tornato a ribadire che non ci sarebbe alcun legame tra il suo assistito e il clan dei Casamonica, puntando il dito contro gli investigatori che durante le indagini preliminari avrebbero creato ad arte un nesso suggestivo ma inesistente tra l’imprenditore e l’organizzazione criminale capitolina legata alla nota famiglia d’origine sinti. 

“L’intercettazione in cui Di Guglielmo avrebbe detto a Leporatti ‘risolviamo come a Napoli’ non sta da nessuna parte. non è stata mai trovata. Eppure si arriva a chiedere perfino la condanna a due anni del figlio, solo perché ha accompagnato una volta il padre a Viterbo in macchina, perché aveva avuto un infarto e non poteva guidare”, ha sottolineato Giraldi, ribadendo la richiesta di assoluzione. 

Tutti i difensori hanno chiesto l’assoluzione con formula piena dei quattro imputati, mentre il pubblico ministero si è riservato di replicare all’udienza del prossimo 17 dicembre. In quella data, dopo oltre 12 anni dai fatti contestati, salvo imprevisti, dovrebbe esserci anche la sentenza. 

Silvana Cortignani
 
 

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