Viterbo – In Italia aumentano i femminicidi. Nel 2018 le donne uccise sono state 142. E il movente principale, il 33%, è sempre lo stesso. “Possesso e gelosia”, come fa notare il rapporto Eures 2019.
Un dato, quello riportato dall’Eures, sconvolgente. Ma ancor più sconvolgente è che questo crimine vergognoso, così come le denunce per violenza sessuale, stalking e maltrattamenti in famiglia, ed è sempre il rapporto del 2019 a dirlo, sono in aumento. Nonostante tutto. Nonostante campagne di sensibilizzazione e condanne durissime, come è giusto che sia, per i criminali che uccidono le donne dopo averne violato, come ogni volta emerge dai processi, tutte quante le libertà nel corso del loro rapporto. A partire dalla libertà di espressione. Punto di riferimento imprescindibile per la vita, libera, appunto, di ogni persona.
Il punto è infatti questo. Anche questo. La libertà e il suo rispetto. Fin da subito. A partire dalle famiglie e da un modello familiare dove le strutture e la violenza patriarcale ancora persistono. E anche il femminicidio è un delitto che avviene in un ambito che potremmo definire familiare. Perché quando si decide di “mettersi insieme”, stabilire un rapporto, le due persone che decidono di farlo, scelgono innanzitutto di iniziare a sperimentare un nuovo nucleo familiare. Muovendo dagli insegnamenti, e dai modelli, che hanno ricevuto fino ad allora. All’interno delle proprie famiglie, prima e durante, e dopo con la scuola. Si tratta quindi di un crimine tremendo che nasce all’interno di un contesto, quello delle relazioni familiari, dove non solo qualcosa è fallito, ma soprattutto qualcosa non è stato mai chiaro.
E la cosa che non è chiara, a volte, è la libertà di espressione e le altre libertà fondamentali che dovrebbero caratterizzare la vita di tutti quanti gli individui. Sempre e comunque. Anche, e soprattutto, per le donne. Perché le donne hanno vissuto secoli e secoli di oppressione da parte degli uomini. Sia stati essi padri, fratelli o compagni. La libertà, per una donna, è un fatto recente. Storicamente, e la storia si gioca sempre sul lungo periodo, recentissimo. Una conquista, costata lacrime e sangue, e penso alle suffragette inglesi d’inizio XX secolo, che in molti casi ha meno di un secolo di storia.
In Italia, tutte le donne hanno potuto votare solo nel 1946. Il cosiddetto adulterio di una donna veniva punito, quando si trattava ancora di una specie di reato, più per una donna che per un uomo. E il delitto d’onore è stato presente nel nostro ordinamento giuridico fino a tempi recenti. Come pure recentissimi, anni ’70, sono la riforma del diritto di famiglia, il diritto al divorzio, il diritto all’interruzione di gravidanza. Conquiste che hanno migliorato la condizione giuridica e sociale delle donne. E, molto probabilmente, “spiazzato” alcuni uomini che, nel momento storico che stiamo vivendo, dove tutto appare così fragile, comprese la democrazia e le libertà sacrosante che essa comporta, non riescono più a gestire un’emotività fondata certamente sull’oppressione.
E chi opprime una donna, ed è bene saperlo e dirlo, nelle sue libertà, all’interno di un rapporto sia familiare che di coppia, sta gettando le basi a sostegno di chi poi le ammazza soltanto perché hanno manifestato la volontà di andarsene da un uomo che, in tali casi, si può definire solo in un modo. Per quanto volgare esso sia. Un uomo senza qualità educato da uomo senza qualità. E uso un eufemismo. Un uomo circondato anche da strutture e contesti che magari lo giustificano pure. Che magari spingono la vittima, la donna, a restare e subire “in nome della famiglia e dei figli”, come si sente spesso dire. Figli che poi avranno come modello e insegnamento questo.
Qualcuno potrebbe obiettare. E perché un donna non se ne va lo stesso? Per trovare risposta, provate a guardavi intorno. E osservate cosa, talvolta, accade a una donna che non ne può più di un uomo che la opprime e decide di andarsene. Una donna che quando prende questa decisione cerca anche rifugio nel conforto da parte dei figli, se sono grandi, della propria famiglia, dei propri amici e affetti. Succede talvolta che questa donna viene contrastata prima e isolata poi. Costretta quindi a restare. In particolar modo in un contesto sociale come il nostro sempre più povero di valori e di risorse capaci di aiutare queste donne ad andarsene per riprendere a vivere dignitosamente la propria esistenza.
Chi non insegna ai propri figli, oppure non li contrasta fermamente quando avviene, che leggere il cellulare della propria ragazza è un atto schifoso, sappia che sta crescendo non solo un poco di buono, ma anche un uomo potenzialmente in grado di tutto nei confronti della propria compagna. E non è un’esagerazione. Perché un palazzo si costruisce sempre a partire dai mattoni.
Chi non insegna ai propri figli, oppure non li contrasta fermamente quando avviene, che seguire gli spostamenti della propria ragazza pedinandola o mettendo nel suo cellulare, come capita anche, dispositivi in grado di tracciarne i movimenti, sappia che sta crescendo un potenziale delinquente che, nei confronti della propria compagna, potrebbe essere in grado di tutto.
E sono soltanto alcuni esempi. Non bisogna aspettare le botte, gli schiaffi e calci per lanciare l’allarme. E la stessa cosa vale per chi ha una figlia femmina. In tal caso l’educazione al diritto di esistere, al diritto di manifestarsi, a tutti quanti i diritti stabiliti nella nostra costituzione repubblicana e democratica, a difenderli con decisione per difendere se stessa nella certezza che soltanto le leggi possono dare, a denunciare subito le cose e ad andarsene immediatamente senza pensarci nemmeno un secondo, sappia che sta crescendo una potenziale vittima. E la vittima, in un ordinamento giuridico democratico, non ha mai colpa alcuna. La vittima è sempre e solo una cosa. E’ vittima. Perché dire che “in qualche modo se l’è cercata” è altrettanto criminale. Criminale come un femminicida. Criminale perché lo legittima.
Per contrastare i femminicidi e la violenza quotidiana sulle donne non servono soltanto le leggi, sacrosante come appunto i valori e i diritti da cui nascono, ma una vera e propria rivoluzione culturale che deve partire dalle famiglie e dalle scuole. Altrimenti le leggi, da sole, non bastano. O non bastano più.
Silvia Somigli
Segretaria organizzativo regionale Uil Scuola



