Viterbo – Venti quintali di lana e Radio radicale per cacciare i lupi che la sera vengono a mangiarsi le pecore. Un’opera nel bel mezzo delle campagne maremmane. A qualche chilometro da Tuscania. In un allevamento dove, per cacciare i lupi la notte, mettono su Radio Radicale. “Perché – come confida l’allevatore, che vuole restare anonimo – stanno sempre a parlare. Così i lupi pensano che ci sia qualcuno e se ne vanno”.
L’allevatore ha una quarantina d’anni, una laurea e ha scelto di stare dalla parte di chi l’ha preceduto e con impegno e sacrifici s’è comprato un podere. In una terra, come la maremma, fatta un tempo di spietati latifondi e padroni. Terra poi di riforma agraria e di speranza. L’allevatore che caccia i lupi con Radio radicale è figlio di questa speranza. E la sua decisione di restare, la incarna. E dei lupi ti racconta anche l’attesa. E il modo in cui lui e i suoi familiari li aspettano. In un gioco d’ombre che s’allungano sul terreno. Da pari a pari. Con poste dove non possono esser visti, che vanno avanti per tutta la notte.
Tuscania – Il lavoro di Lucrezia Testa Iannilli
Lucrezia Testa Iannilli sta seduta sopra un cumulo di quasi tre metri di lana. Venti quintali di lana. La tosatura di 1200 pecore. La scorsa estate. Attorno a lei la maremma con le sue grandi distese, che guardano al mare e il ricordo ancora vivo del latifondo e del padrone, che s’adagiano come un tappeto appena scosso tra Tuscania, Tarquinia, Arlena, Montalto, Tessennano e Piansano. Terre in profondissima trasformazione. Inquiete e paranoiche come l’Emilia dei Cccp.
“Ottanta esemplari di razza sarda italiana”. Il nome dell’opera di Lucrezia Testa Iannilli. Venti quintali di lana che avrebbero dovuto essere scaricati nel cortile del museo Macro di Roma. Trasportati con un camion dall’autrice stessa. Un’operazione che lo stesso catalogo del Macro asilo riporta. Se infatti si sfoglia, si trovano tutte le informazioni. Dal 5 al 10 novembre. Venti quintali di lana al cortile del Macro. Di Lucrezia Testa Iannilli, che avrebbe, sempre al Macro, dovuto sviluppare e fare una serie di interventi perforativi, tra le 5 e le otto del pomeriggio.
La lana che Testa Iannilli avrebbe dovuto esporre al Macro è sucida e proviene da un allevamento in mezzo alle campagne di Tuscania, città magnifica, con le due, pazzesche, chiese romaniche di San Pietro e Santa Maria maggiore in cima al Colle.
Tuscania – Il lavoro di Lucrezia Testa Iannilli
“La pelle dell’artista è come il cartone”, confida Lucrezia Testa Iannilli. A dirglielo, una volta, è un altro artista. Gianni Asdrubali, pittore che ha incentrato la sua ricerca sull’idea di vuoto come nucleo originario del proprio lavoro. A Tuscania, dove Lucrezia abita da anni. Romana, cresciuta però anche da queste parti. Tra Tuscania, appunto, e Piansano. Dove pure lei s’è smusata una volta da bambina per correre a rotta di collo incontro a una fontana. Perché aveva sete. E come tanti altri bambini pure lei c’ha sbattuto il muso. Il lavoro di ricerca creativa lo inizia “in Canada nel 1995 lavorando – spiega Testa Iannilli – con cavalli, shows, art direction e fotografia fra Brasile ed Europa, fino ad approdare dal 2012 in Italia passando dal parco archeologico di Selinunte a quello di Vulci per cercare di materializzare la costante visione dei varchi dimensionali e i personaggi che in essi si manifestano. Un corpus di lavoro a lungo termine dove l’immateriale chiede che la sua ‘immagine’ si faccia performance”.
La stessa cui s’è sentita dire “No” a circa 48 ore dall’evento. Un evento che, grazie all’iter umano, artistico e burocratico che l’ha accompagnato, ne ha alla fine configurato un altro, e poi un altro e, infine, un altro ancora. Definendo un’opera che, pur di essere e dimostrarsi, si è inoltre innervata all’interno di un tessuto sociale reale. Come quello della maremma in trasformazione. Metamorfosi che questo lavoro, fatto anche di incontri, dialoghi, sopralluoghi, ricerca di sponsor, ha fatto proprie, esprimendole con la sua sola presenza. Un’opera complessa che stabilisce un dialogo altrettanto complesso con il contesto circostante e le sue contraddizioni.
Tuscania – Maremma
“Abbiamo lavorato – racconta Lucrezia Testa Iannilli – per ‘esasperazioni’ successive. L’idea iniziale era quella di far passare 80 pecore da un capo all’altro del Macro. Idea negata. Allora siamo passati a un’altra idea. Trasformare il tutto portando 20 quintali di lana, le pecore che diventano qualcosa altro. Abbiamo di fatto avuto l’ok del Macro fino all’ultimo, fino a 48 ore prima”.
Il lavoro fa parte infatti del catalogo del museo Macro di novembre. Un punto d’arrivo fatto di moduli, carte, telefonate, scambi, incontri, nottate, corse e rincorse. Per riprendere o rompere il fiato. Avanti e indietro con Roma. Asdrubali ha ragione. “La pelle dell’artista è come il cartone”. Al punto da sentirsi dire “No” all’ultimo, a 48 ore dall’inizio dei lavori. Dopo aver lavorato pure alla raccolta di informazioni e documentazioni che il Macro avrebbe poi dovuto trasmettere alla Asl per il trasporto della lana. Essersi impegnata con l’allevatore e il trasportatore e aver mobilitato sponsor e istituzioni. Il “No” definitivo è arrivato quando i vigili del fuoco avrebbero suggerito tutta una serie di accortezze che, essendo manifestate all’ultimo, perché all’ultimo sono state richieste, era bene evitare che al Macro arrivassero 20 quintali di lana.
“La Repubblica – articolo 9 della Costituzione – promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.
Tuscania – Lucrezia Testa Iannilli
Un lavoro finito? Tutt’altro. Il lavoro a questo punto diventa “un tutt’unico con tutto ciò che la compone e rappresenta”. Con le esasperazioni della burocrazia e la scelta di fare lo stesso l’installazione. Non più al Macro, ma dove sta la lana. Nel capannone in mezzo alle campagne di Tuscania. Con le pecore tosate a luglio, adesso è ricresciuto, che si sono messe lì a guardare la loro stessa lana che andava su e giù, veniva scavata, scoperta, aperta e poi di nuovo scavata. La scelta dell’autrice è stata quella di scegliere di fare, agire lo stesso. A quel punto al Macro viene piazzato uno schermo, che l’autrice stessa ha portato, con le immagini della performance in corso di Lucrezia Testa Iannilli. Direttamente dal cosmo di un allevatore di Tuscania. Tutti i giorni, fino a domenica, dalle 5 alle 8 del pomeriggio.
Un lavoro di configurazione, dunque. Con tanto di intreccio e mimesis, ossia imitazione dell’azione in corso che si riflette in quella dell’artista che manipola la lana. Da un lato la burocrazia del Macro. Dall’altra il cosmo di allevatore, come quello del mugnaio di Ginzburg nel saggio “Il formaggio e i vermi”, che si compone con lo stesso lavoro dell’artista. Facendo di questo un ‘opera, perché capace, nel suo farsi, di descrivere anche questo cosmo. Identità e strutture proprietarie. Strati di una cultura contadina e subalterna, e le sue contraddizioni, che il lavoro di Testa Iannilli ha attraversato uno dopo l’altro. In continua tensione. “Quella – così la descrive Lucrezia Testa Iannilli – data dall’azione, che ti fa avvertire e intuire qualcosa che non vedi, ma che è ben presente”. Presente appunto nell’agire.
Tuscania – Il lavoro di Lucrezia Testa Iannilli
“Una volta da queste parti – racconta a Lucrezia Testa Iannilli il commerciante dove va comprare le tute bianche che di volta in volta indossa per intervenire sulla lana -, da queste parti, una volta la proprietà della terra era gestita in modo completamente diverso da ora. C’era il proprietario e, sotto di lui, secondo una linea gerarchica ben precisa, c’erano il ministro, il fattore, il massaro, il vergaro, il pecoraro e il piscino. Chi contava tanto e chi niente”. E in maremma, tra Tuscania, Canino e Montalto, contava il latifondo. E ha contato fino alla riforma agraria degli anni ’50, con la nascita dell’Ente maremma e i primi contadini che riuscivano a strappare qualche pezzo di terra al padrone. Per poi passarla ai figli che ne avrebbero fatto una vera e propria azienda. Aziende dove le linee gerarchiche di una volta non ci sono più, e con esse le strutture patriarcali sono state messe profondamente in crisi. Aziende dove il proprietario lavora fianco a fianco con i braccianti. Per il 50% migranti, stando ai dati Uil riguardanti le campagne del viterbese. In mezzo non c’è più niente. Fattore, economo o vergaro. Nessun quadro intermedio. La divaricazione adesso nelle campagne è netta. Da un lato i proprietari. Dall’altro i braccianti. Migranti. Con la differenza che lavorano insieme.
Tuscania – Il lavoro di Lucrezia Testa Iannilli
Nuovi assetti proprietari che in maremma si stanno confrontando anche con l’arrivo del fotovoltaico portato dalle multinazionali che sono arrivate anche tra Tuscania, Arlena, Piansano, Tarquinia, Montalto e Tessennano. Da queste parti sono previsti più di duemila ettari di pannelli fotovoltaici. E gli agricoltori iniziano ad affidare o vendere ettari di terra. “Un ettaro di terra venduto a una società che fa fotovoltaico – spiega un allevatore della zona di Tuscania a Lucrezia Testa Iannilli prima di indirizzarla dal trasportatore che avrebbe dovuto portare la lana al Macro di Roma -, arriva anche a 25, 30 mila euro. Chi vende, vende soprattutto terreni al confine della proprietà. Poi con quei soldi va a comprare altra terra da altri agricoltori, allargando così la proprietà. Guadagnandoci anche. Perché i 25 mila, 30 mila euro ad ettaro guadagnati dalla vendita del terreno al fotovoltaico serviranno per acquistare un ettaro di terreno da un altro agricoltore a ventimila euro, perché questo è il prezzo di mercato”. In tal modo, chi fa questa operazione, vende al fotovoltaico per acquistare altra terra, estende la proprietà guadagnando dai 5 ai 10 mila euro ad ettaro. Una dinamica che col tempo, tra fotovoltaico e proprietà che si ristrutturano, divaricazione degli assetti proprietari, forte presenza di manodopera migrante, porterà a una profonda trasformazione in tutta la maremma in Tuscia. Nel frattempo, l’Ente maremma da queste parti, ormai da tempo, non esiste più. E la stessa cultura contadina che avrebbe dovuto sorreggerlo è stata cancellata. Senza nulla in cambio. Chi ha resistito alla crisi che in questi anni ha travolto tutto e tutti, da queste parti se l’è dovuta veramente cavare da solo. E adesso sembra quasi non voglia dar più retta a nessuno.
Tuscania – Maremma
Gaslighting, il lavoro di Lucrezia Testa Iannilli parla anche di questo. “Vale a dire – spiega l’autrice – una violenza psicologica sottile che fa dubitare della propria stessa memoria e del proprio agire nel quotidiano”. Un’azione spezzata. Che però è vitale. Lasciando, quando avviene, tutti senza fiato.
Tuscania – Maremma
Della manipolazione della lana da parte dell’artista fa parte anche questo. Così come il valore d’uso e di scambio ch’essa contiene. Lo spiega un allevatore sardo, una comunità che alla maremma ha dato codici e identità. E il mondo della pastorizia maremmana lo conosce nervo per nervo. “I carosini che vengono a tosare le pecore tra Tarquinia e Tuscania arrivano quasi tutti dalla Nuova Zelanda – racconta il pastore a Lucrezia Testa Iannilli -. Sono i migliori. Chiedono un euro e mezzo a capo. In quattro, per tosare un migliaio di pecore, l’equivalente di venti quintali di lana, ci mettono mezza giornata. Facendo due conti, un euro e mezzo a capo, sono 1800 euro in mezza giornata da ripartirsi in quattro”. E così via, per tutta l’estate. Per poi tornarsene in Nuova Zelanda.
Quanto costano invece venti quintali di lana se qualcuno li volesse acquistare? Venti centesimi al chilo. Duecento euro in tutto. Che magari, comprati e fatti lavorare laddove la manodopera costa pure poco o niente, portano infine a un abito da esporre in vetrina, di nuovo in occidente, a 3-5 mila euro a capo.
Tuscania – Il lavoro di Lucrezia Testa Iannilli
“La montagna di lana – spiega Lucrezia Testa Iannilli – è materializzata, non rappresentata. Una ma(ta)ssa pronta a fagocitare. Manipolazione e violenza psicologica che fa dubitare della propria memoria e percezione. Disorientandoci. Che ci fa ricredere e desiderare. Poi di nuovo dubitare. Una serie infinita di vuoti e atteggiamenti a ripetere, azioni recidive, illusioni, fragilità e agitazioni”. In terra di maremma, dove allevatori e pastori hanno imparato a cacciare di notte i lupi accendendo la radio su Radio radicale.
Daniele Camilli
Multimedia – Fotogallery: Il lavoro di Lucrezia Testa Iannilli – Maremma – Video: Venti quintali di lana contro la violenza








