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“In guerra e nelle case di fango trovo il senso dell’essere medico”

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Stefano Morelli

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Viterbo – La valigia sempre pronta e la passione “come un virus – dice lui -: difficile da estirpare”. Partire per salvare vite è questo per Stefano Morelli, 42 anni. Gli ultimi dodici a dividersi tra il Bambin Gesù e le missioni in paesi poveri o in guerra. 

È comunque lavoro per questo medico viterbese, ma lo stipendio arriva solo dal Bambin Gesù: quando prende aerei per curare i bimbi dall’altra parte del mondo lo fa da volontario. Il capo dello Stato Sergio Mattarella lo ha premiato con l’onorificenza di cavaliere dell’ordine al merito della Repubblica Italiana, selezionandolo con altri 31 cittadini-eroi. 

Quando hai saputo dell’onorificenza?
“Il 20 dicembre, il giorno in cui la presidenza della Repubblica ha diramato un comunicato dal suo sito. Me l’ha detto mio padre con un messaggio di auguri, perché anche adesso mi trovo all’estero”.

Come hai reagito?
“Per me non cambia nulla. Alle missioni si partecipa per il bene comune e per condividere il proprio sapere. Lo fai perché lo senti”. 

Giri il mondo ma sei partito da Viterbo.
“Sì. Ho vissuto a Pescia Romana fino a 18 anni. Mi sono trasferito nella capitale per studiare medicina e mi sono laureato a pieni voti alla Sapienza, specializzazione in Anestesia, rianimazione e terapia del dolore. Poco dopo sono stato assunto al Bambin Gesù e ho iniziato a coordinare le attività anestesiologiche e di rianimazione della ong ‘Emergenza sorrisi’, operando bambini con labiopalatoschisi, ustioni e traumi di guerra. Tale la passione che organizzo missioni anche di altre specializzazioni, come la cardiochirurgia pediatrica, con la onlus ‘The heart of children’ e con lo stesso Bambin Gesù”. 

Come ti organizzi col lavoro?
“Dal alcuni anni molto più facilmente, grazie all’estrema sensibilità per le missioni umanitarie della presidente Mariella Enoc, del Bambino Gesù, per cui lavoro dal 2007. Le mie sono missioni brevi di 7-10 giorni, durante le quali svolgo anche un’attività di formazione a medici e infermieri locali. Credo sia la parte più determinante per la missione, per fare in modo che i colleghi e gli infermieri riescano a portare avanti le attività mediche in piena autonomia”.

Qual è stata la tua prima missione?
“Dodici anni fa, in Iraq. Ho proseguito con tante altre, perché la passione è come un virus: difficile da estirpare”.

L’esperienza che più ti ha segnato?
“È stata nel 2011, per quattro mesi a Nassiriya, con il ministero degli Esteri. Prestavo attività medica e chirurgica di ogni tipo con colleghi e infermieri locali. Curavo con loro adulti e bambini, uscendo ogni giorno dalla base militare americana di Tallil che mi ospitava”. 

“Lo fai perché lo senti”, dici tu. Ma lo fai da volontario e, certamente, è un’attività faticosa, oltre che di grandi responsabilità. Ti spinge senz’altro una motivazione forte. Quale?
“Lo spirito di ricerca interiore, esplorazione del mondo e condivisione delle mie conoscenze. Missione dopo missione sono cresciuto, più come uomo che come medico. La missione è il viaggio, il cammino, la conoscenza dell’altro. Aiutare strutture senza mezzi adeguati, che a casa diamo per scontati, mi ha fatto recuperare il vero senso dell’essere medico: nei campi di guerra, nelle case di fango, nelle sale operatorie spoglie ma ricche di capitale umano tra medici, infermieri e tecnici. Realtà in cui entro in punta di piedi e ogni volta resto folgorato dall’entusiasmo dei volontari del team e dai rapporti che si creano con i colleghi. Sono gocce nell’oceano, ma spero contribuiscano a cambiare le nostre società sempre più dedite al profitto, per ridare centralità all’essere umano al di là dei pregiudizi”. 

Quando ripartirai e per dove?
“Non lo so. Io sono pronto a partire anche subito, per il paese povero o in conflitto che ne abbia più bisogno”.

Stefania Moretti


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