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Mafia viterbese, tredici arrestati e 47 vittime davanti al gup di Roma

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Mafia a Viterbo - I tredici arrestati

Mafia a Viterbo – I tredici arrestati

Viterbo - L'auto del consigliere comunale Claudio Ubertini distrutta dalle fiamme

L’auto del consigliere comunale Claudio Ubertini distrutta dalle fiamme

Maxi rogo al Poggino - Le auto incendiate

Le auto incendiate a Rinaldo Della Rocca al Poggino

Viterbo - Il camion della Graziani Traslochi incendiato

Il camion della Graziani Traslochi incendiato a Santa Barbara

Viterbo – La macchina dell’avvocato Alabiso distrutta dalle fiamme

La macchina dell’avvocato Alabiso distrutta dalle fiamme nel giardino di casa

Viterbo La vetrina sfondata del Compro oro di via Genova

La vetrina sfondata del Compro oro di via Genova

Viterbo – Mafia viterbese, al via oggi davanti al gup del tribunale di Roma l’udienza preliminare per i 13 presunti appartenenti a un’organizzazione criminale italo-albanese di stampo-mafioso, attiva nel capoluogo nell’ultimo triennio, arrestati lo scorso 25 gennaio nel maxiblitz dell’operazione “Erostrato” coordinata dalla Dda di Roma. Un’udienza monumentale: 13 indagati, 30 capi d’imputazione (alcuni bis e ter), 47 parti offese e uno stuolo di avvocati tra difesa e parti civili.

A colpi di intimidazioni e attentati incendiari avrebbero cercato di imporre la propria supremazia alle vittime nonché di prendere il controllo di attività commerciali del capoluogo, in particolare nel settore dei compro oro e dei locali da ballo. Secondo i pm Fabrizio Tucci e Giovanni Musarò, che ne hanno chiesto il rinvio a giudizio, sarebbero riusciti a seminare il terrore, tra teste di agnello mozzate e incendi appiccati a saracinesche e auto, colpendo commercianti, liberi professionisti, avvocati e perfino le forze dell’ordine.

Un pericoloso gioco al rialzo, sviluppando un senso d’impunità e un delirio d’onnipotenza che alla fine ha tradito capoclan e presunti complici. Tutti sono stati inchiodati dalle intercettazioni, pesanti come macigni, ampi stralci delle quali inserite nella famosa ordinanza di 720 pagine con cui il gip Flavia Costantini, a gennaio, ha accolto le richieste di misure di custodia cautelare della direzione distrettuale antimafia di Roma.

Tra i difensori ci sono gli avvocati Giuseppe Di Renzo del foro di Vibo Valentia, Carlo Taormina del foro di Latina, Roberto Afeltra e Piergiorgio Manca del foro di Roma, Giovanni Labate, Riccardo Micci, Fausto Barili, Floro Sinatora, Samuele De Santis, Marco Valerio Mazzatosta, Giuliano Migliorati, Michele Ranucci del foro di Viterbo. 


Ai vertici del sodalizio un italiano e un albanese

Ai vertici dell’associazione, i boss Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi. Entrambi imprenditori. Residenti nel capoluogo da anni. Il primo titolare di tre compro oro, il secondo di un autosalone e di diverse attività nel settore dei locali da ballo per stranieri. Trovato, 43enne originario di Lamezia Terme, sarebbe stato pronto a tutto pur di sbaragliare la concorrenza. Idem il 36enne albanese. 


Un anno fa l’ultimo attentato incendiario, il rogo di una Jaguar

Sembra passato un secolo, ma appena un anno fa, nella tarda serata del 20 dicembre 2018, hanno incendiato la Jaguar del ristoratore Giampaolo Bannetta, solo perché sarebbe stato vicino a un altro personaggio, detto “o pugliese”, sospettato dal gruppo criminale di avere rigato la macchina del boss Trovato. Bennetta, residente a Bagnaia, successivamente al blitz di gennaio, sarebbe stato anche vittima di estorsione da parte del fratello di Ismail Rebeshi, David, e tre connazionali, a caccia di soldi per la difesa del congiunto e altri sodali in vista delle spese legali del processo. Tutti e quattro sono stati arrestati lo scorso primo dicembre per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Al centro sempre una storia di macchine.


Monumentale il numero delle parti offese

Monumentale l’udienza preliminare, come monumentale sarà il processo che, in caso di rinvio a giudizio, sarà celebrato a Viterbo. Sono ben 47, tutte potenziali parte civile, le parti offese, tra le quali imprenditori, liberi professionisti, gestori di locali da ballo, politici, commercianti, carabinieri, poliziotti e anche Sos Impresa Lazio.

Pronti a costituirsi parte civile il Comune di Viterbo e l’imprenditore Roberto Grazini, cui hanno bruciato uno dei camion della sua ditta di traslochi, entrambi assistiti dall’avvocato Marco Russo. Tra le sicure parti civili anche l’avvocato nonché presidente della camera penale Roberto Alabiso, cui è stata bruciata una macchina nel giardino della sua abitazione solo perché legale di parte civile in un processo contro uno degli indagati. 

Tra le parti offese ci sono l’ex presidente della Viterbese e imprenditore Piero Camilli, il direttore delle poste Luca Boccolini e la moglie, l’assessore e commercialista Claudio Ubertini e i figli, cui sono state bruciate le macchine, così come all’avvocato Roberto Alabiso e al ristoratore Giampaolo Bannetta.  C’è  il rivenditore di automobili Rinaldo Della Rocca, cui sono state bruciate 12 vetture parcheggiate nel piazzale dell’autosalone. C’è Roberto Grazini dell’omonima ditta di traslochi cui è stato dato alle fiamme un camion. E il cinese proprietario del furgone parcheggiato a fianco. C’è la titolare del compro oro di via Genova Fabiola Bacianini, vittima di attentati incendiari e intimidazioni, così come il collega Bruno Paternollo sulla Teverina. E ancora: Emanuele AbatecolaDaniele CasertanoGiovanni BiosaEmanuele Gorini e tanti altri finiti nel mirino del pericoloso sodalizio.


Rebeshi e la movida gestita dal carcere dopo l’arresto

Con la chiusura delle indagini si è aggravata di altri due capi d’imputazione la posizione del boss Ismail Rebeshi, per questo trasferito al 41 bis, accusato anche di trasferimento fraudolento di valori e favoreggiamento di associazione di stampo mafioso in concorso con la compagna e la cognata – Jona Zaharia e la compagna del fratello Emanuela Hima – queste ultime indagate al di fuori del filone principale. Avrebbe intestato fittiziamente la proprietà della società auto Bicu con sede a Viterbo, al chilometro 3,400 della strada Teverina, alle due donne. Alla sola compagna, invece, la proprietà del capitale sociale della società Le Bell, destinata a curare gli interessi di Rebeshi nel settore dell’intrattenimento notturno e delle compravendite di veicoli.


Tempi strettissimi per chiudere l’udienza preliminare

Entro il 25 gennaio, altrimenti scadranno i termini della custodia cautelare.  Nessuno dei 13 indagati ha beneficiato della revoca o di un alleggerimento della misura. Due soli arrestati su tredici sono ai domiciliari, entrambi viterbesi e incensurati: il parrucchiere 29enne Manuel Pecci, titolare di un salone di bellezza in via Maria Santissima Liberatrice, e l’artigiano Emanuele “Lele” Erasmi, cinquantenne, di Bagnaia. 

Undici sono in carcere: Giuseppe “Peppino” Trovato, 43 anni, il titolare di tre compro oro del capoluogo, originario di Lamezia Terme, residente da una quindicina di anni a Viterbo, ritenuto ai vertici dell’organizzazione; Ismail “Ermal” Rebeshi, albanese, di 36 anni, gestore a Viterbo di un autosalone e un locale notturno, anche lui con un ruolo di vertice nel sodalizio, già in carcere per droga dal 26 novembre; Luigi “Gigi” Forieri, 51enne residente a Caprarola, titolare a Viterbo al tempo dei fatti del bar di via Genova; i fratelli albanesi Spartak “Ricmond” Patozi e Shkelzen “Zen” Patozi, 31 e 34 anni, operai, Ricmond  residente a Vitorchiano e Zen a Viterbo; Sokol “Codino” Dervishi, operaio albanese di 33 anni, residente a Viterbo; Gazmir “Gas” Gurguri, anche lui albanese, operaio 35enne di Canepina; il viterbese Gabriele “Gamberone” Laezza, 31 anni, operaio nella ditta di trasporti di famiglia; l’unico romeno, Ionel Pavel, di 35 anni; Fouzia “Sofia” Oufir, 34enne d’origine marocchina, compagna e dipendente di Giuseppe Trovato; la 31enne viterbese Martina Guadagno, commessa in uno dei Compro oro gestiti da Trovato.

Silvana Cortignani


Gli indagati

1. TROVATO Giuseppe, detto “Peppino”, 43enne originario di Lamezia Terme, da anni trasferitosi a Viterbo, dove gestisce tre Compro oro, con un ruolo di vertice nell’associazione smantellata;

2. REBESHI Ismail, detto “Ermal”, cittadino albanese di 36 anni, domiciliato a Viterbo, dove gestisce una rivendita di autovetture ed un locale notturno, anche questo con ruolo di vertice nel sodalizio;

3. PATOZI Spartak, detto “Ricmond”, cittadino albanese di 31 anni, residente a Vitorchiano, operaio, partecipe dell’associazione;

4. DERVISHI Sokol, detto “Codino”, cittadino albanese di 33 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

5. GURGURI Gazmir, detto “Gas”, cittadino albanese di 35 anni, residente a Canepina, operaio, partecipe dell’associazione;

6. LAEZZA Gabriele, detto “Gamberone”, 31enne, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

7. OUFIR Fouzia, detta “Sofia”, cittadina marocchina di 34 anni, residente a Viterbo, compagna e dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;

8. GUADAGNO Martina, 31enne residente a Viterbo, dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;

9. FORIERI Luigi, detto “Gigi”, 51enne residente a Caprarola, al tempo dei fatti titolare di un bar, partecipe dell’associazione;

10. PATOZI Shkelzen, detto “Zen”, cittadino albanese di 34 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

11. PAVEL Ionel, cittadino romeno di 35 anni, concorrente in alcuni delitti-fine;

12. PECCI Manuel, 29enne residente a Viterbo, titolare di un centro estetico, concorrente in un delitto-fine;

13. ERASMI Emanuele, 50enne residente a Viterbo, artigiano, concorrente in un delitto-fine.


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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