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“Nessuno di noi prende 8mila euro al mese”

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Alessandra Capo

Alessandra Capo

Marco Trulli

Marco Trulli

Viterbo – (s.m.) – “Nessuno di noi prende 2mila euro al mese. Figuriamoci 8mila…”. Per Alessandra Capo e Marco Trulli dell’Arci non c’è operatore sociale che intaschi stipendi da capogiro. Non a Viterbo e provincia, negli 11 comuni dove l’Arci gestisce 6 progetti Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). 

CasaPound lo ha detto carte alla mano venerdì 13 dicembre, all’incontro in sala regia che tante polemiche aveva sollevato per la concessione dello spazio ai fascisti del terzo millennio. Jacopo Polidori, consigliere comunale a Vallerano, ha mostrato i documenti con i costi del progetto di accoglienza nel suo comune. Voce per voce. Soffermandosi, in particolare, sul capitolo del personale.

Accanto a lui, a moderare l’incontro, Ervin Di Maulo, noto esponente di CasaPound. 


Arci solidarietà fa i conti, dopo CasaPound

Tra le buste paga di giugno 2017 compaiono cifre voluminose, dai 2200 ai 7999 euro. “Importi lordi, che comprendono la mensilità di giugno e la quattordicesima – afferma Alessandra Capo, direttrice di Arci Solidarietà -. Parliamo di uno stipendio netto mensile di 1700 euro che, nel caso specifico di giugno, va raddoppiato perché il lavoratore, in questo mese, prende la quattordicesima. Si arriva, quindi, a un netto di 3482 euro cui bisogna aggiungere il costo aziendale, ovvero le addizionali comunali, regionali, i contributi inps, l’irpef, l’irap e così via fino a 7999. Ma non significa certo che l’operatore sociale prende 8mila euro“.

La tabella coi compensi di giugno 2017 riporta due caselle: contributo richiesto e importo totale. “Il primo è quello chiesto al ministero dell’Interno per il singolo progetto – spiega la direttrice di Arci Solidarietà – e finanziato con un apposito fondo accoglienza del Viminale. Accanto c’è il totale della busta paga, che può comprendere anche lo stipendio dell’operatore per altri progetti. Perché molti dei nostri dipendenti, tutti a tempo indeterminato, lavorano su più di un progetto di accoglienza”. Soldi che, spiega Capo, possono provenire dal ministero come da altri enti o da risorse proprie dell’Arci. Nel caso della busta paga da 8000 euro sono tutte risorse ministeriali. 



Capo: “I costi del personale rientrano nei tetti fissati dal ministero”

Lo Sprar di Vallerano, per la direttrice di Arci solidarietà, esiste dal 2016. Anno in cui, tra luglio e dicembre, si contano 39mila euro di stipendi per 10 unità di personale: la metà del costo totale del progetto di accoglienza, 80mila euro. E salta all’occhio che le spese per l’integrazione, in quel periodo, sono state pari a soli 970 euro. Ma Capo ricorda bene perché: “Lo sprar era appena partito, con due famiglie arrivate da pochissimo. I corsi di formazione e i tirocini, compresi nelle spese per l’integrazione, non cominciano immediatamente. E, in quel caso, non possono esserci nemmeno i contributi straordinari per l’uscita dal percorso di accoglienza, perché era appena iniziato. Tra l’altro, una delle due famiglie, la stessa che avrebbe frequentato poco il nostro corso di italiano, come si è detto venerdì, è l’esempio di un percorso che ha funzionato a pieno: hanno aperto un’attività sul territorio, si sono inseriti, lavorano e pagano un affitto”. 

I documenti mostrati da CasaPound contengono uno stillicidio di cifre, riferite al triennio 2016-2018. Spese per i locali dove accogliere i richiedenti asilo, “tutti appartamenti – dice Alessandra Capo – secondo il modello di accoglienza diffusa dello Sprar, che non prevede un unico centro dove raccogliere le persone che arrivano”. Quindi spese per gli affitti. Ma anche costi tra cui quelli di assistenza (vitto, alloggio, medicine, trasporti, scuole e un pocket money di pochi euro al giorno), di tutela (legale, psicologica, sociosanitaria) e di integrazione (corsi di formazione, tirocini, contributi per uscire dal percorso Sprar e iniziare una vita autonoma). E, naturalmente, i costi del personale che gestisce tutta la rete di attività di cui sopra in 11 comuni della Tuscia: Celleno, Vitorchiano, Viterbo, Bassano Romano, OrioloRomano, Acquapendente, Corchiano, Gallese, Blera, Vallerano, Vignanello. 

“È tutto rendicontato e a norma di legge – spiega Capo -. Importi extra non possono esserci, perché il ministero dà griglie molto rigorose con dei tetti di spesa precisi. I piani finanziari che presentiamo sono controllati prima dai comuni con cui lavoriamo, poi da un revisore dei conti, poi dal ministero stesso, che ci richiede specifiche figure professionali per far partire i progetti. E i servizi alle persone che si accolgono sono garantiti dal lavoro degli operatori, senza i quali l’integrazione non sarebbe possibile”. In poche parole: l’integrazione costa. Ma i comuni possono scegliere se aderire o meno alla rete Sprar. “Negli anni abbiamo lavorato con amministrazioni di destra e di sinistra – spiegano Capo e Trulli -. A Viterbo partimmo con l’assessore ai Servizi sociali Mauro Rotelli”. 


Trulli (Arci): “Chiederemo il bollino antifascista per gli spazi pubblici”

Il presidente di Arci Lazio Marco Trulli è ancora più netto: “Il lavoro che facciamo non può essere esclusivamente volontario – dice -. Queste sono persone fragili che hanno bisogno di un’accoglienza professionale, con avvocati, psicologi, operatori preparati, altrimenti il loro percorso di integrazione e inserimento nella società non può funzionare. Se poi CasaPound è per lo sfruttamento lavorativo… noi no”.

A Trulli il lato economico della questione è quello che meno interessa. “Non vorrei parlare di stipendi e di cifre. Vorrei parlare di persone che attraversano il mare, assaggiano la guerra e hanno diritto a costruirsi una vita anche in un posto diverso da quello di nascita. L’immigrazione è anzitutto capitale umano. È diventata anche risorsa economica per alcune famiglie del territorio che negli sprar lavorano, ma questo non ha nulla a che vedere con la speculazione o il business delle coop. Come CasaPound che ci offende e che non ha nulla a che vedere con noi. In un’altra città questo non sarebbe accaduto. Viterbo ha una grossa responsabilità politica quanto a concessione di spazi a queste persone, per le quali parlano chiarissimo i fatti di cronaca”.   

Arci chiedeva di non concedere la prestigiosa sala regia comunale a CasaPound. “Il sindaco è di tutti, certo – dice Trulli – ma è di tutti fino al confine democratico antifascista. Per questo chiederemo che i regolamenti vengano cambiati e che sia previsto un bollino antifascista per la concessione dei suoli pubblici“. 


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