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Quando è che una pena è “proporzionata al misfatto”?

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Quando è che una pena è “proporzionata al misfatto”? Duemila anni fa poteva essere una crocifissione, una mano o una lingua mozzata, una gragnuola di sassi, cento scudisciate, un esilio, uno schiaffo. Nel tempo, il cristianesimo ha insistito molto sul perdono, sul ravvedimento del reo, sulla ricomposizione di una pace sociale che garantisse, comunque, la dignità dell’individuo.

Il famoso trattato di Cesare Beccaria sui delitti e sulle pene non fa che rafforzare e razionalizzare sul piano del diritto un imperativo morale che si stava dipanando progressivamente nella civiltà occidentale, quello che in nome della civiltà della ragione si stava aprendo alla libertà e alla democrazia. La dichiarazione dei diritti inviolabili dell’uomo, del 1948, è il punto di arrivo di un faticoso processo che ha trasformato la pena, da vendetta – l’occhio per occhio dente per dente – ad atto umano di giustizia. 

E’ evidente che la proporzionalità della pena costituisce il prodotto di una rappresentazione sociale della giustizia che cambia nel tempo e da luogo a luogo: è quindi sottoposta ad una “storicità”, è un valutazione per così dire “soggettiva”. Solo invocando una valore assoluto, ovvero di carattere religioso, la giustizia potrebbe esprimere un criterio di proporzionalità della pena assoluto, non negoziabile: ma la giustizia, nella nostra società, è laica; quindi la giustizia appare come un soggetto sociale critico che esprime principi, valori, regole in un contesto dinamico, dialettico: appunto, di carattere “storico”.  

Concordo con Niklas Luhmann su una visione “sistemica” del diritto, che agisce come fattore di regolazione sociale assieme ad altri fattori sociali, in un processo sinergico di interazione.  Taluni, consegnando l’analisi sociologica all’ideologia, considerano il diritto come la risposta garantista ad un processo di “etichettamento” che emerge da un conflitto sociale permanente. Una spiegazione, quest’ultima, che  appare un pochino datata (risale agli anni ’60)  e sostanzialmente riduzionistica rispetto alla complessità sociale.

Solo in una prospettiva sistemica ci si può chiedere legittimamente che cosa “significa” il diritto, cioè che cosa esprime il diritto nella società rispetto non solo al reo, ma anche alla vittima.  Gli studi sulle vittime sono ancora molto arretrati e legati a stereotipi sovente moralistici e poco meditati sul piano della ricerca; si sa poco sulle conseguenze per gli individui e per la società, per la comune idea di giustizia e per il comune senso di ordine sociale (in senso rousseauiano).

Ignorare, o sottovalutare, le problematiche relative all’offeso, quanto ne esce sconvolta la sua vita, le sue relazioni affettive, il suo mondo sociale, è altrettanto scientificamente, oltre che moralmente, inqualificabile quanto sarebbe invocare giustizia sommaria per il reo. Di certo, non rende un buon servizio alla sociologia, che per evitare affermazioni di origine ideologica ha bisogno di fare ricerca e di rispondere alle domande: “perché quei comportamenti, perché quelle idee?”.

E quindi:  perché tanto giustizialismo nell’opinione pubblica, nella politica e persino nella magistratura che talvolta ne asseconda il verso? Perché tanto bisogno di sicurezza tra la gente? Perché tanta voglia di punire? Perché tanto “marketing della giustizia” nei media e non solo?

Potrei invocare l’incertezza che regna sovrana nella postmodernità, potrei invocare la “complessità”  della nostra società, che rende complicata l’interpretazione di ogni fatto sociale (per dirla alla Durkheim).  Ma sarebbe guardare troppo allo sfondo e poco al primo piano dell’immagine.

Di certo, l’acqua si sofferma dove viene lasciato un vuoto; come le buche sulle strade quando piove.   

E allora, andiamo al sodo. Non sarà che, se c’è una ventata di giustizialismo, è perché qualcuno ha lasciato un vuoto nella giustizia, nel diritto?

La costruzione sociale di senso, che oggi ancor più di ieri passa attraverso i media dell’informazione, rende edotto il “popolo” che qualcosa nella giustizia non funziona. Che i processi sono troppo lunghi e la giustizia tarda ad arrivare, per l’accusatore e per l’accusato; che a forza di garantismi vari la gente si ritrova faccia  a faccia con un reo pressoché impunito (basterebbe ricordare certe cronache di ordinario femminicidio); che la reazione dell’offeso viene quasi sempre considerata sproporzionata, come se dovesse scattare in lui la mentalità del ragioniere o del giurisperito ogniqualvolta si trovi minacciato; che il livello di tolleranza sociale delle incivilities si è talmente alzato che la gente convive senza problemi con gli sporcaccioni,  i vandali, i violenti che impuniti si aggirano per le strade della città. Vorrei ricordare che fino a ieri molti filosofi e  sociologi “illuminati” vedevano nelle telecamere di sorveglianza il primo segno di una caduta precipitosa verso il baratro della dittatura orwelliana del Grande Fratello; mentre oggi assicurano alla giustizia di un paese democratico un  buon numero di criminali.

Allora, è chiaro che, forse non dal punto di vista del filosofo del diritto, ma certo dal punto di vista del sociologo che studia gli atteggiamenti e i comportamenti sociali, se un giustizialismo populista si fa strada fra la gente, se i media e la politica riprendono e amplificano  a proprio vantaggio i “dagli all’untore” di persone incerte, impaurite e mal tutelate, occorrerà innanzitutto chiedersi il perché di tutto questo. Se non vi sia qualcosa di più serio e strutturato che non le mene occhiute  di qualche demagogo.

E’ vero: il consenso politico e  la coesione sociale intorno ad esso si producono indicando facili nemici esterni, lo sanno bene le dittature. Ma c’é da chiedersi se sia la giustizia ad essere interpretata come faida, o non sia piuttosto il diritto che non riesce ad essere un “prodotto” sociale e culturale in grado di assicurare a tutti, e in specie agli innocenti, la dignità e la tutela della persona umana. E il paradosso sta proprio qui; un diritto incapace di concepire la giustizia come un problema sociale di carattere speculare (che comprenda i diritti del reo e i diritti soggettivi contenuti nelle aspettative dell’offeso), che fallisce quotidianamente nelle aspettative della collettività a cui deve rispondere (e non il contrario…) finisce per scaricare sulla politica e sui media la responsabilità di un giustizialismo sempre più diffuso. Ma si tratta di un giustizialismo – si badi bene –  che precede di gran lunga i Salvini, i Renzi, le ronde di quartiere e che forse si è sviluppato nell’opinione pubblica a fronte di risposte contraddittorie e di pachidermica lentezza, di levantinismi che la gente onesta non riesce a comprendere.

Nessuno tocchi Caino, d’accordo: ma chi protegge Abele se suo fratello continua a  minacciarlo? Chi protegge quella donna che, dopo aver denunciato mille vessazioni, alla fine resta vittima del suo aguzzino seriale? Chi protegge il passante dalla borseggiatrice sempre libera perché sempre e deliberatamente incinta?  Perché continuano ad esistere zone franche come i tanti  Rogoredo?  E che dire degli effetti perversi di quel “vietato vietare”, risuonato prima nei corridoi sessantottini delle università e poi in certi circoli intellettuali del politicamente corretto, che per alcuni esprimeva al meglio il libertarismo illuminato ma che per i più è stato interpretato e invocato come giustificazione etica di qualsivoglia licenza personale?

Allora, di fronte all’affermazione che il diritto nasce per impedire ogni reazione sociale sproporzionata rispetto a un crimine, mi chiedo ancora: quando è che la pena è proporzionata al misfatto?  Ad esempio, contro il virus malefico della  mafia, contro la droga dei venditori di morte, contro la violenza di genere e contro  quella sugli innocenti, contro il terrorismo si può “condurre una guerra”? Si può esecrare il reo, o si deve esercitare una neutrale umanità che finisce per porlo sullo stesso gradino della vittima, confondendo il rispetto della dignità umana – che mai deve essere trascurato – con il bisogno sociale di una giustizia certa e “proporzionata” alle aspettative della comunità?  

Francesco Mattioli


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