- Viterbo News – Viterbo Notizie – Tusciaweb – Tuscia News – Newspaper online Viterbo – Quotidiano on line – Italia Notizie – Roma Notizie – Milano Notizie – Tuscia web - https://www.tusciaweb.eu -

“Giuseppe Trovato era la mente, voleva adottare il metodo della ‘ndrangheta”

Condividi la notizia:

Mafia viterbese - Uno dei compro oro presi di mira dal sodalizio (nel riquadro Giuseppe Trovato)

Mafia viterbese – Uno dei compro oro presi di mira dal sodalizio (nel riquadro Giuseppe Trovato)

Sokol Dervishi

Sokol Dervishi

Il pm Fabrizio Tucci

Il pm Fabrizio Tucci

Viterbo – (sil.co.) – “Questo ha chiuso, cominciamo a chiudere quest’altro”, avrebbe detto il boss d’origine calabrese ai suoi sodali. Un fiume in piena il pentito Sokol Dervishi mentre racconta l’escalation di attentati contro i compro oro concorrenti di Giuseppe Trovato, l’imprenditore 43enne nato a Lamezia Terme, trapiantato a Viterbo dai primi anni Duemila. 

Le sue dichiarazioni auto e etero accusatorie, di cui si è saputo solo dopo l’udienza del 21 dicembre, potrebbero cambiare le carte in tavola in vista del 14 gennaio, quando altri dei 9 indagati per cui in pm hanno chiesto il rinvio a giudizio, parrebbero intenzionati a fare richiesta di ricorso al rito abbreviato, oltre allo stesso Dervishi, Martina Guadagno e Luigi Forieri, che saranno giudicati il 10 febbraio col rito che prevede lo sconto di un terzo della pena in caso di condanna. 

“Il fine era quello di far chiudere i negozi, per avere il controllo del settore dei compro oro”, ha messo a verbale il 33enne albanese, giunto invece a Viterbo nove anni fa da Padova in cerca di lavoro.

Trovato voleva l’esclusiva dei compro oro e dei locali da ballo per stranieri. Il fine di Ismail Rebeshi era invece il controllo del mercato della droga, dello spaccio di cocaina.

“Sì, però era Trovato la mente che diceva di fare questa cosa. Rebeshi faceva, però non è che parlava. Quindi era lui la mente che voleva fare. Voleva portare a Viterbo il metodo della ‘ndrangheta con quel metodo”, ha spiegato il braccio destro dei due vertici della mafia viterbese. 

Muratore e piastrellista, in città Dervishi è arrivato grazie al compaesano Ismail Rebeshi, suo vicino di casa in patria durante l’infanzia in Albania. Erano gli anni Novanta, anni difficile per il paese, in cui la gente scappava via mare in nave, sperando in un approdo in Italia. E il bambino Dervishi, classe 1986, come ha detto al pm Fabrizio Tucci, non ha neanche terminato le scuole elementari. “Titolo di studio, nessuno, nemmeno la licenzia elementare”, ha risposto. Negli ultimi tempi, prima dell’arresto, aveva provato ad allontanarsi, anche fisicamente, facendo l’operaio edile a Firenze. Di Firenze sono anche i suoi difensori, che hanno ottenuto il giudizio abbreviato. Sarà processato a Roma il prossimo 10 febbraio, con lo sconto di un  terzo della pena.

“Mò questa attività è chiusa, se chiudiamo anche questa, mi va meglio il lavoro”, gli avrebbe detto col suo solito stile pragmatico Rebeshi, terrorizzando a colpi di attentati incendiari e altri gesti intimidatori – lumini da morto sul marciapiede, scritte minatorie sulle serrande, vetrine infrante a colpi di pistola – i titolari, alcuni dei quali si sono costituiti parte civile il 21 dicembre davanti al gup del tribunale di Roma in vista del processo. 

“Come diceva lui, voleva gestire come gestiscono le forze dell’ordine, però in un altro modo. Con rispetto e onore, diceva a volte. Voleva chele persone si rivolgessero al gruppo. Per qualsiasi cosa”.

“Trovato era la mente del gruppo e voleva controllare il territorio. Il metodo non lo diceva, lui. Però diceva: ‘Qua dobbiamo fare così, che poi vengono tutti da noi’. Nel senso che comandava lui, che voleva comandare lui. Qualsiasi cosa, anche una cazzata, dovevano andare da lui”.


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


Condividi la notizia: