Viterbo – “Il Viterbese non è immune dall’infiltrazione della criminalità organizzata”. Lo afferma la Dia, la direzione investigativa antimafia, nella relazione sulle attività svolte e i risultati conseguiti nel primo semestre del 2019. Il “chiaro segnale” viene dall’operazione Erostrato dei carabinieri di Viterbo. Un’indagine, coordinata dalla Dda di Roma, che un anno fa ha portato all’arresto di tredici persone e che oggi è arrivata alla fase del processo.
“I soggetti – spiega il rapporto – sono indagati, a vario titolo, per associazione di tipo mafioso. Il sodalizio criminale operava con pratiche estorsive nei confronti dei negozi di compro oro, dei locali notturni e nel settore del recupero crediti a Viterbo e nella provincia. Era riuscito a imporsi avvalendosi della ferocia e del peso militare degli albanesi per la commissione di numerosi atti violenti al fine di esercitare, di fatto, un’azione di controllo del territorio”.
La Dia definisce quella viterbese “una nuova e agguerrita mafia autoctona italo-albanese, promossa da un calabrese trapiantato nella Tuscia da circa quindici anni”. Ovvero Giuseppe Trovato. “Lo scopo – sottolinea la relazione – era di consentire a quest’ultimo di assumere e mantenere il controllo delle attività economiche, soprattutto di compro oro. Veniva inoltre perseguito un capillare controllo del territorio. Particolarmente gravi gli episodi di aggressioni e pestaggi nonché di incendio, a scopo intimidatorio, di attività commerciali e di numerose autovetture di commercianti, imprenditori e appartenenti alle forze dell’ordine”. Azioni che, secondo la Dia, “si inserivano in una strategia criminale unitaria”.
La relazione evidenzia come Trovato avesse “importanti collegamenti con membri della ‘ndrangheta: appartiene a una famiglia originaria di Lamezia Terme e storicamente intranea al ben noto clan Giampà, con cui ha continuato a mantenere solidi rapporti anche nel corso degli ultimi anni, sovvenzionando la carcerazione di alcuni esponenti della cosca e favorendo la latitanza di altri anche sul territorio laziale”. Ma la stessa relazione sottolinea che “la particolarità di questa nuova mafia a Viterbo è quella di operare in maniera indipendente rispetto alla ‘ndrangheta calabrese, senza però perdere né contatti né le tipiche modalità operative”. Tra queste, il “far pervenire un messaggio mafioso mediante il posizionamento di teste mozzate di animali davanti all’autovettura o dinanzi all’attività commerciale della vittima di turno”. Tutto questo inserisce l’organizzazione “nelle cosiddette piccole mafie, ovvero organizzazioni con un basso numero di appartenenti, che si avvalgono della forza di intimidazione non in via generalizzata ma in un limitato territorio o settore”.
Prima dell’operazione Erostrato, “nella provincia di Viterbo – scrive la Dia – non erano emersi importanti fenomeni delinquenziali direttamente riconducibili alla presenza strutturata di organizzazioni criminali di tipo mafioso, ma solo la sporadica presenza di pregiudicati, in particolare di origine campana (prevalentemente dediti a traffici di stupefacenti) e calabrese”. La direzione investigativa antimafia ricorda i gruppi camorristici Mazzarella e Veneruso-Castaldo: nel 2012 cinque persone, ritenute legate a questi clan, sono state arrestate per concorso in spaccio di cocaina nel Viterbese. Nel 2018, invece, in manette finiscono in 21, per traffico internazionale di cocaina, hashish e marijuana, smerciate anche a Viterbo. Per la ‘ndrangheta la Dia menziona le famiglie Bonavota, Mammoliti, Romeo, Nucera, Pelle, Giampà e la cosca di Gallicianò di Condufuri: un’inchiesta della Dda di Reggio Calabria nel 2013 ha evidenziato il radicamento nella Tuscia di esponenti di quest’ultimo sodalizio che avrebbero ripulito i capitali illeciti con la creazione di società immobiliari e di trasporti.
L’operazione Erostrato è “un chiaro segnale – sottolinea la Dia – di come anche il territorio Viterbese non sia immune dall’infiltrazione della criminalità organizzata. Nella città di Viterbo e nella provincia i reati più diffusi restano comunque lo spaccio di sostanze stupefacenti a opera di piccole organizzazioni, locali e di matrice straniera (albanesi, marocchine, nigeriane e senegalesi), i reati contro il patrimonio, in particolare i furti in abitazioni isolate e presso esercizi commerciali (da parte di romeni e albanesi) e lo sfruttamento della prostituzione a opera di nigeriani, romeni e albanesi. Un fenomeno peculiare in questo territorio – conclude la relazione – resta quello dello sfruttamento della manodopera clandestina, durante i cicli di raccolta stagionale (nocciole e olive) in aziende agricole della Tuscia, favorito dalla presenza di un rilevante numero di cittadini extracomunitari”.
Raffaele Strocchia


