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Pm Petroselli diffamato, condanna bis per Ingroia

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L'avvocato Antonio Ingroia, legale della famiglia Manca

L’avvocato Antonio Ingroia

Il pm Renzo Petroselli

Il pm Renzo Petroselli

Viterbo – Niente da fare: Antonio Ingroia non la spunta neanche stavolta nella guerra tra ex pm innescata dal caso Attilio Manca. 

La Corte d’appello di Perugia ha respinto il suo ricorso contro la condanna in sede civile a versare 15mila euro a Renzo Petroselli, sostituto procuratore viterbese in pensione.

Nel 2017, il tribunale civile di Perugia aveva ritenuto Ingroia colpevole di diffamazione contro Petroselli. Sentenza che i giudici d’appello hanno confermato, rendendo ancor più salato il conto per l’ex pm di Palermo: ai 15mila euro iniziali si aggiungono spese legali che portano il totale a 40mila euro circa.

Tutto nasce dalle indagini su Attilio Manca, il medico 35enne di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) trovato morto a Viterbo nel febbraio 2004. Seguirono dieci anni di indagini, terminati con la condanna della donna ritenuta “la spacciatrice” di Manca, stroncato da una dose di eroina mista a tranquillanti.

Una verità giudiziaria lontana anni luce dalla tesi dei parenti, mai dimostrata nelle aule di tribunale: il medico, per i familiari, sarebbe stato ucciso dalla mafia. Pista che gli inquirenti si sono sempre rifiutati di battere, a detta dei Manca, entrati in rotta di collisione con la procura di Viterbo. Con strascichi giudiziari per il loro avvocato Antonio Ingroia.

La causa civile partì dopo una conferenza stampa tenuta da Ingroia nel novembre 2014. L’ex toga aveva appena ricevuto un avviso di garanzia per calunnia dalla procura viterbese, per le sue dichiarazioni all’udienza preliminare del caso Manca, sull’ex capo della squadra mobile di Viterbo Salvatore Gava: Ingroia, in sostanza, accusava Gava di aver falsificato documenti nell’inchiesta sulla morte di Manca.  

Davanti ai giornalisti, nei giorni caldi che seguirono la notifica dell’avviso di garanzia, Ingroia attaccò Petroselli, insinuando dubbi sulla sua preparazione professionale; il pm viterbese, per tutta risposta, incaricò l’avvocato Floriana Clementi di trascinare Ingroia davanti ai giudici civili.

L’indagine per calunnia finì in archivio, mentre la causa civile è andata avanti. Primo grado e poi appello. Con Ingroia che ha sempre sostenuto di aver solo esercitato il suo legittimo diritto di critica. Non è l’opinione dei magistrati della Corte d’appello, che condividono in pieno le ragioni del collega che li ha preceduti: Ingroia è andato oltre, facendo degenerare la critica in “attacco personale e gratuito”. E non poteva non accorgersene, scrive il giudice di primo grado Paola De Lisio e sottoscrivono quelli d’appello, “avendo anche ricoperto la funzione di magistrato nel settore penale per molti anni”.

“Il ruolo istituzionale di avvocato – continua la sentenza d’appello -, quale quello ricoperto da Ingroia, non consente assolutamente allo stesso di manifestare e rendere plateali sentimenti di risentimento nei confronti dei magistrati”. Per la Corte, l’ex pm avrebbe anche violato il codice deontologico dell’avvocatura, che non contempla l’ipotesi di “affidare a una campagna mediatica contestazioni circa l’operato di un giudice criticandone le doti professionali e censurandone la caratura etica”. In definitiva: “la tutela del diritto di difesa e di critica non può tradursi in facoltà di offendere”. 

Petroselli chiedeva danni per 50mila euro. “Una questione di principio, non di denaro – spiega il suo avvocato Floriana Clementi -. Tant’è che, anche se i giudici di primo grado ci hanno riconosciuto una cifra minore, non abbiamo impugnato la sentenza. Ci siamo limitati a costituirci in giudizio solo per difendere un interesse che era quello a non veder offesa la propria reputazione”. 

Stefania Moretti


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