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Ucciso in carcere da un detenuto, denunciati direttore e comandante della penitenziaria

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Viterbo - Omicidio a Mammagialla - La vittima: Giovanni Delfino

La vittima Giovanni Delfino

Il pm Franco Pacifici

Il pm Franco Pacifici

Viterbo – Detenuto ucciso in carcere, denunciati il direttore e il comandante della polizia penitenziaria. Che all’epoca dei fatti erano rispettivamente Pierpaolo D’Andria e Daniele Bologna.

“C’è un altro procedimento al vaglio della procura relativamente alla gestione del carcere”, ha rivelato in aula il pm Franco Pacifici mentre si discuteva dell’ammissione dei testimoni.

Il fascicolo bis scaturito dell’omicidio avvenuto dieci mesi fa nel carcere di Viterbo sarebbe sulla scrivania del sostituto procuratore Franco Pacifici, in seguito alla denuncia sporta contro i vertici di Mammagialla dai familiari di Giovanni Delfino, il detenuto 61enne viterbese ucciso il 29 marzo 2019 a colpi di sgabello dal compagno di cella.

“L’imputato doveva stare in cella da solo. Se qualcuno ha sbagliato a metterli nella stessa cella, deve pagare”, ha spiegato il difensore delle cinque parti civili, avvocato Carmelo Antonio Pirrone, quando, durante l’udienza di ieri del processo per omicidio al 35enne d’origine indiana Khajan Singh, è emersa l’esistenza di un altro procedimento penale al vaglio della procura relativo alla gestione del carcere.

Su una cosa sono d’accordo il legale della famiglia e il difensore Antonio Maria Carlevaro. Singh, secondo entrambi, è incapace di intendere e di volere e già all’epoca si sapeva che sarebbe dovuto stare in cella da solo, motivo per cui hanno ottenuto una perizia psichiatrica super partes, disposta dal tribunale, che il prossimo 6 febbraio sarà affidata al professor Giovanni Battista Traverso.

“La famiglia non vuole la condanna a tutti i costi dell’omicida, vuole che venga dichiarato non imputabile e curato se è malato, ma vuole anche che venga accertato se la tragedia si poteva evitare e se ci sono altri responsabili oltre all’attuale imputato”, dice Pirrone.

L’imputato, che la sera del 29 marzo scorso ha ferocemente ucciso Delfino, era stato trasferito da pochi giorni nel carcere di Viterbo da quello di Civitavecchia, dove era recluso dal 14 febbraio (per tentato omicidio, avendo ridotto in fin di vita il settantenne con cui viveva a Cerveteri) e dove aveva aggredito, anche in quel caso a colpi di sgabello, il compagno di cella, ferendo anche l’agente intervenuto in suo soccorso.

Dopo il delitto è stato visitato dallo psichiatra Alberto Trisolini. Il consulente tecnico della procura è stato ieri il primo testimone del processo. “L’imputato è affetto da un disturbo di personalità borderline, che ogni tanto sconfina in disturbi deliranti paranoidei. Può stare in giudizio ed è parzialmente capace di intendere e di volere. Ma al momento dell’atto la sua capacità di intendere e di volere era fortemente scemata. Ed è socialmente pericoloso”, ha spiegato il dirigente del servizio psichiatrico diagnosie cura della Asl, parlando di una “miscela esplosiva”, combinata con lo stress del carcere.

“L’omicidio non è prevedibile”, ha sottolineato Trisolini. Ma nel corso dell’udienza si è parlato anche di una precedente relazione, redatta il 20 febbraio 2019 da una psichiatra del carcere di Viterbo, nella quale per Singh si chiede la “grandissima sorveglianza, in camera di pernottamento da solo, per il grande rischio di auto e etero lesionismo, con privazione degli oggetti potenzialmente atti a offendere”, come sgabelli, accendini, lamette e similari.

Un’escalation di violenza, quella di Singh, che nell’arco di un mese e mezzo ha fatto quattro vittime, sfociando infine nell’omicidio del 61enne viterbese che, per non farlo sapere ai familiari, stava scontando in carcere un cumulo di pene di pochi mesi, per reati lievi, che avrebbe potuto tranquillamente scontare ai domiciliari.

Per evitare di mettere in imbarazzo i suoi, Delfino non avrebbe fornito un indirizzo di residenza dove fare i domicliari, spacciandosi per un clochard: “Finendo così nella gabbia del leone, in cella con un soggetto che avrebbe dovuto trovarsi in isolamento”, sottolinea Pirrone, che davanti alla corte d’assise, ha cercato di far emergere le responsabilità oltre che di Singh anche del carcere per la morte di Delfino.

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

La querela è semplicemente l’atto, di chi si ritiene persona offesa o pensa di aver rilevato irregolarità, per chiedere l’intervento della magistratura per procedere nei confronti dell’autore di un presunto reato. Si tratta di accuse di parte e tutte da dimostrare, quindi. L’indagato è tale per un atto dovuto.

Nel sistema penale italiano vige sempre la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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