Viterbo – Nell’affrontare i rischi cosiddetti globali, e segnatamente quelli di carattere sanitario derivanti dalle epidemie, non si applica il principio di prevenzione ma quello di precauzione.
La differenza sta nel fatto che mentre la prevenzione genera azioni mirate su specifiche minacce note e in atto (l’operatore sanitario previene il contagio indossando mascherina, tuta, occhiali e guanti), la precauzione genera una serie di strategie per evitare la minaccia stessa; in tal caso agisce ad ampio raggio, andando anche abbondantemente al di là del possibile verificarsi della minaccia stessa.
Un esempio banale di precauzione è quella del viaggiatore che teme il volo aereo e decide di non usarlo per nessuna ragione (la prevenzione starebbe nell’evitare le compagnie aeree messe sulla lista nera perché poco sicure, oppure evitare i voli in caso di eventi meteorologici particolarmente virulenti o che interessano zone dove si manifestano conflitti bellici).
Ad un convegno internazionale di qualche anno fa, dedicato a questi temi, girava la battuta che il principio di precauzione è quello che ti fa uccidere una mosca con una cannonata: eccessiva, ma sicuramente efficace.
Nel caso del coronavirus si parla spesso di operazioni di contrasto basate sulla precauzione. Appartiene senz’altro al principio di precauzione quello di bloccare gli accessi ad un territorio focolaio di infezione isolandolo completamente.
E qui si innesta il problema. L’attuazione hard di un principio di precauzione, per la stessa filosofia a cui si ispira, presuppone decisioni forti, drastiche, fortemente limitative della libertà personale. Di conseguenza, il rischio è quello di intaccare le garanzie costituzionali espresse da uno stato democratico, di agire senza le dovute – e inevitabilmente poco tempestive – procedure formali previste dalla legge. Ad esempio, tra la formulazione del decreto legge del Governo sull’isolamento delle aree focolaio del coronavirus e la reale attuazione del provvedimento sono trascorse 24 ore.
In un regime autoritario, al contrario, certi provvedimenti possono bypassare la legge, farsi impositivi in poche ore, sembrare più efficienti. Anche se è proprio negli stati autoritari, bisognosi di un consenso cieco, che spesso la risposta si rivela tardiva, perché le difficoltà del regime non devono mai essere rivelate, o devono essere raffigurate dalla propaganda di stato come interne ad una risposta comunque pronta ed efficace contro ogni minaccia.
Come si vede, altra è la risposta “scientifica” al contagio, altra è la risposta “politica”; e a volte non è facile farle camminare assieme. La precauzione quindi non è mai totale, perché può andare a scalfire altre dimensioni della vita produttiva, economica e sociale di un Paese, creando danni di altro genere.
Si pensi alla chiusura delle frontiere: una precauzione che in teoria taglierebbe la testa al toro del contagio, ma che andrebbe a colpire inutilmente tutta una serie di contesti in cui il contagio non c’è, generando difficoltà enormi.
Ma si pensi anche ai processi di comunicazione: il rischio di creare panico, ma anche dissenso sociale, con decisioni drastiche e apparentemente incomprensibili o sproporzionate, non è meno grave di quello del contagio. Qualche episodio di allarme sociale, nei giorni scorsi, qualche impropria caccia all’untore, sta ad indicare che la bolla è pronta a scoppiare in qualsiasi momento.
La precauzione insomma cammina sul filo del rasoio, dovendo barcamenarsi tra la necessità di ampliare il raggio della sua azione ma anche di limitare quegli effetti perversi che sembrano sproporzionati rispetto alla minaccia.
Ma una cosa sia chiara: la precauzione per essere tale deve essere apparentemente sproporzionata.
Qualora l’epidemia si trasformasse in una pandemia, in una minaccia di più vaste dimensioni, potrebbe farsi largo la necessità di arrivare a soluzioni veramente drastiche, oggi impensabili, ma domani persino necessarie.
La precauzione non ha una ricetta oggettiva, è il frutto di una scelta a seconda dell’entità, qualitativa e quantitativa, della minaccia, di come questa è concepita e valutata, e di come si vuole governare il rischio.
Francesco Mattioli
