Tarquinia – “Kobe Bryant era la pallacanestro”. Al palazzetto dello sport “Angelo Jacopucci” di Tarquinia tutti con le maglie con l’8 e il 24. I numeri che hanno segnato la straordinaria carriera della leggenda Nba dei Los Angeles Lakers.
L’iniziativa si è svolta l’1 febbraio ed è stata organizzata dal basket Pegaso. Le parole sono quelle del coach Anselmo Ranucci. “La notizia ci ha sconvolto – racconta –. Kobe era un’icona dello sport mondiale. Era conosciuto ovunque. Quando abbiamo saputo della sua morte, con i ragazzi e i loro genitori abbiamo pensato di organizzare questo evento. Bryant aveva un legame speciale con l’Italia”.
Nato a Philadelphia, Kobe ha trascorso gli anni più importanti della sua infanzia nel nostro Paese, seguendo il padre Joe Bryant, anche lui ex cestista Nba, che giocò tra il 1984 e il 1991 a Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia.
“Non perdeva occasione di ricordare questo periodo – aggiunge coach Ranucci -. Lo sentiamo quindi come un campione italiano cresciuto sui nostri campetti. Kobe non morirà mai. Nell’Italia pallonara, la sua scomparsa ha oscurato tutto. E questo dà la dimensione del personaggio”.
Tanti i momenti toccanti del pomeriggio. Dai filmati che hanno raccontato il giocatore e l’uomo, alle testimonianze che i ragazzi del basket Pegaso gli hanno voluto dedicare. Lo scultore Mario Fabbri, per l’occasione, ha realizzato un bassorilievo. “Mi è venuto di getto – afferma Mario -. Ho una grande passione per lo sport in generale. Bryant era il numero uno. Ho visto con i miei occhi la rivalità tra i Lakers e i Celtic. In gita scolastica ho assistito, a Boston, a una partita dei Celtic e lì ho capito cosa voleva dire quella rivalità”.
Nel bassorilievo gli angeli dello sport. “Ci sono di spalle Kobe e sua figlia Giana – spiega -. Poi gli stemmi del Torino, la mia passione calcistica, del Manchester United, della Chapecoense e dei Lakers. Tutte squadre unite dallo stesso destino”.
Un basso rilievo particolare con due facce. “Nel retro i volti di Kobe e della figlia e i nomi delle persone che hanno perso la vita nell’incidente in elicottero – conclude Mario -. Perché gli angeli non hanno colore”. Infine, un sogno. Quello di portare negli Stati Uniti il bassorilievo e consegnarlo alla famiglia di Bryant.
Daniele Aiello Belardinelli



