Viterbo – Mafia viterbese, l’accusa chiede complessivamente condanne per 135 anni di reclusione.
Ecco, nel particolare, le pene chieste per i 10 imputati che avendo scelto il rito abbreviato usufruiranno dello sconto di un terzo della pena.
Giuseppe “Peppino” Trovato: 20 anni e 20mila euro di multa
Ismail “Ermal” Rebeshi: 20 anni e 20mila euro di multa
Luigi “Gigi” Forieri: 12anni e 4 mesi
Spartak “Ricmond” Patozi: 16 anni e 20mila euro di multa
Shkelzen “Zen” Patozi: 14 anni e 10mila euro
Sokol “Codino” Dervishi: 8 anni
Gazmir “Gas” Gurguri: 10 anni e 8 mesi
Gabriele “Gamberone” Laezza: 14 anni e 16mila euro
Fouzia “Sofia” Oufir: 10 anni e 8 mesi e 10mila euro
Martina Guadagno: 9 anni e 4 mesi
Alle pene vanno aggiunti tre anni di libertà vigilata per Trovato, Rebeshi, Forieri, Gurguri, Laezza e Spartak Patozi.
Ha preso il via oggi con un’udienza fiume, finita nella tarda serata, il processo col rito abbreviato, in videoconferenza, ai 10 dei tredici arrestati nel blitz dell’operazione Erostrato del 25 gennaio 2019 accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso con l’aggravante della disponibilità di armi, nella fattispecie due pistole.
Tutti sono detenuti in carcere ormai da oltre un anno. L’udienza si è tenuta nell’aula 14 della sezione penale del tribunale romano di piazzale Clodio, davanti al gup Emanuela Attura.
Storica coincidenza, il processo si è aperto il 10 febbraio, nel giorno del 34esimo anniversario del primo processo alla mafia iniziato nel 1986 a Palermo.
L’imputato Gazmir Gurguri a sorpresa ha rinunciato a rendere l’esame (mentre gli altri non lo hanno mai chiesto), per cui il dibattimento è subito entrato nel vivo con la discussione, durata oltre otto ore, dei pm Fabrizio Tucci e Giovanni Musarò, titolari dell’inchiesta coordinata dalla Dda di Roma.
Musarò e Tucci, ripercorrendo uno ad uno i capi d’imputazione contestati agli imputati, hanno ribadito: “C’è sempre stata prova della sussistenza del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, a prescindere dalle dichiarazioni etero e auto accusatorie del collaboratore di giustizia Sokol Dervishi”.
“Era noto a tutti che Giuseppe Trovato fosse uno che ‘risolveva i problemi’ e che Ismail Rebeshi organizzasse il come. Trovato aveva la metodologia mutuata dalla ‘ndrangheta, Rebeshi coi suoi connazionali erano il braccio violento”, hanno sottolineato parlando lungamente della coppia di presunti boss, alla guida rispettivamente del gruppo di malviventi italiani e del gruppo criminale composto dagli albanesi.
“Un gruppo pericoloso, come dimostrano le condotte efferate ai danni delle parti offese, in grado di incutere timore e soggezione”, hanno più volte ribadito i pm, insistendo sul vincolo associativo e sulla metodologia mafiosa.
Significativa sarebbe un’informativa in cui si fa riferimento a una presunta guerra tra bande che sarebbe stata in corso tra il gruppo criminale e dei nomadi, finalizzata sempre al controllo del territorio viterbese, sul quale Trovato, Rebeshi e i complici volevano imporre il proprio predominio.
Il 9 marzo comincerà il processo col rito ordinario davanti al collegio del tribunale di Viterbo per il parrucchiere trentenne Manuel Pecci, l’artigiano Emanuele “Lele” Erasmi e l’unico romeno, Ionel Pavel.
Il processo “romano” proseguirà invece il 20 marzo e il 3 aprile, per le 19 parti civili e poi le arringhe delle difese.
Silvana Cortignani


