Viterbo – L’epidemia (o pandemia) del Coronavirus (come continueremo a definirlo per semplicità) sta mettendo a nudo alcune problematiche di natura scientifico-culturale e politico-sociale, ma temo che possa rivelare anche inusitate, impreviste e (mi si consenta) colpevoli debolezze del sistema sanitario internazionale.
Cominciamo dai temi meno impegnativi. C’è una differenza di atteggiamento tra scienza e politica nel fronteggiare l’emergenza epidemica. Mentre la scienza opera sull’asse causa-effetto secondo una logica probabilistica d’ispirazione naturalistica, la politica agisce sugli umori, sui comportamenti sociali, sui fenomeni di costruzione sociale di senso, che sono di natura interattiva, intersoggettiva, ovvero “culturale”.
Apparentemente scienza e politica si dividono sul concetto di precauzione, sulla sua applicazione pratica. I medici ad esempio oggi sono costretti a scegliere, in terapia intensiva, a chi offrire ventilazione e a chi no; il decisore politico tenta di non fare differenze.
In realtà il concetto di precauzione, come si diceva in altro articolo, è interpretabile in modo soggettivo e per questo spesso appare talvolta insufficiente e talaltra sproporzionato: ma è lo stesso concetto di risposta proporzionata ad essere soggettivo. Insomma, le due azioni, quella della scienza e quella della politica, non sono incompatibili; semplicemente aggrediscono il problema da due parti diverse. E di conseguenza e a maggior ragione sono necessari l’interazione funzionale, il dialogo costante, il reciproco sostegno, ma anche il reciproco rispetto fra di esse nell’affrontare l’emergenza.
Un secondo punto critico riguarda le aree di diffusione del contagio. Sebbene sia nato in un contesto di contaminazione tra uomo e animale che farebbe pensare a condizioni di vita arretrate, in realtà il coronavirus appare come l’epidemia dei paesi più evoluti. Vediamo dove si è sviluppato e si sta sviluppando: in Cina e in Corea in aree densamente popolate e di alto livello socioeconomico; in Europa, nei paesi più popolosi e più industrializzati, come Italia, Germania, Francia; e in Italia, nel ricco Nordest; sta correndo negli Stati Uniti, nella ricca California, e in Giappone; in Iran, che tra i paesi islamici è fra i più avanzati. Come dire, c’è quasi tutto il G8 e gran parte del G20 ad essere il teatro privilegiato del virus.
Sarà un caso? Sarà solo mancanza, voluta o casuale, di informazione nei paesi più poveri? Sembra piuttosto che proprio la maggiore circolazione di persone e merci, per motivi economici, ma anche turistici, quindi legati alla ricchezza, faccia il gioco del virus.
Insomma, la pandemia viaggia sulle strade dello sviluppo; non è una novità (le antiche pestilenze le portavano i commerci) ma oggi questo fatto appare paradossale, perché noi siano abituati a coniugare l’idea di sviluppo con quella di ben-essere e di qualità della vita. Eppure, è molto più probabile trovare contagiati in una città dotata di università, industrie, centri fieristici, commerciali, sportivi, di musei e di alti flussi turistici, dunque di un alto tenore di qualità della vita, che in una città povera, marginale, che stenta a sviluppare la propria economia, che non ha una apprezzabile vita sociale. Il paradosso del benessere.
Gli ambientalisti di ispirazione luddista gioiranno all’idea che questa civiltà industriale avanzata sia sferzata dalle rivoluzioni climatiche, dalle insicurezze della convivenza e dalle pandemie virali, come fossero le punizioni divine per una crescita senza valori e senza limiti. Ma non è così; si tratta solo del facile e superficiale revanscismo di chi non sa separare il grano dal loglio.
Tuttavia il problema vero è un altro. I più attenti osservatori dei processi sociali globali avevano affermato, ormai da almeno un ventennio, che i principali pericoli per la società futura non verranno tanto dai conflitti bellici nucleari, né dalle crisi finanziarie, e in certa misura neppure dai cambiamenti climatici: il vero pericolo planetario è rappresentato dalle pandemie, perché si cibano rapidamente del progresso e degli effetti della globalizzazione. Sono scatenate dalle contraddizioni e dalla promiscuità degli ambienti sociali e soprattutto dalla compressione spaziotemporale delle relazioni internazionali.
Fatto sta che la società più avanzata si va rivelando debole e impreparata; perché non ha difese adeguate, né in termini di strategie, né in termini di strumenti. Possiede un arsenale militare da far paura, ma di fronte al coronavirus non ha riserve adeguate di munizioni: arrivano i primi segnali di scarsità di mascherine, di macchinari per l’aiuto alla respirazione, di posti letto, di personale che, accanto alla ritrosìa politicamente corretta dei sistemi democratici a governare con mano pesante il territorio, determinano oggettive difficoltà a combattere il nemico.
Insomma, mettiamola in termini bellici, tanto per capirci: l’Europa è divisa su come fronteggiare l’invasione e lascia buchi enormi all’infiltrazione dei nemici, attraverso una circolazione di persone sregolata e ormai incontrollabile. Inoltre gran parte dei paesi postindustriali hanno decentrato all’esterno dei propri confini la produzione di armi e munizioni (cioè presidi sanitari e farmaci).
Il risultato è che se l’epidemia si trasforma in pandemia (basta che Stati Uniti e resto d‘Europa raggiungano i nostri livelli di contagio), il mondo più avanzato non disporrà tempestivamente di strumenti adeguati di prevenzione e cura e dovrà affidarsi quasi esclusivamente alle discusse strategie della precauzione. E spero che una volta tanto il relativo isolamento di certe aree dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina (peraltro là è anche estate, stagione sfavorevole al virus) faccia buon gioco per quelle popolazioni.
Fanno rabbrividire le parole di Ulrich Beck, quando all’inizio del nuovo millennio temeva che di fronte ai pericoli globali le singole nazioni si schierassero in ordine sparso, diffidenti fra loro e senza un vero progetto comune, con il rischio di arrivare tardi a dare le risposte necessarie.
E allora, torna prepotente la questione della precauzione. Che, rispetto alla prevenzione, non abbisogna di strumenti di difesa, che possono essere disponibili o meno, ma solo di scelte comportamentali, che sono sempre a disposizione, ma possono essere dure (si pensi al blocco della scuola, dello spettacolo, dello sport e alle ricadute sul lavoro) e quindi richiedono coraggio e responsabilità a livello individuale e collettivo.
In ogni caso, quest’esperienza ci ammonisce che è sull’ordine sociale, sulla gestione e sul controllo dell’igiene generalizzato a livello sociale, sanitario e ambientale, che occorrerà operare per mantenere i livelli di vita raggiunti e quelli che ci prefiggiamo di raggiungere in futuro, piuttosto che vagheggiare improbabili decrescite felici e ridicoli mondi vitali preindustriali.
Francesco Mattioli
