Viterbo – Allarme pacchi bomba, l’ultimo bilancio è di undici buste esplosive inviate nell’arco di meno di un mese dal misterioso Unabomber a persone residenti nelle province di Roma, Viterbo e Rieti.
La prima è scoppiata tra le mani di un’addetta nel centro smistamento della corrispondenza di Poste italiane a Fiumicino domenica primo marzo. L’ultima è stata inviata nel weekend, sabato 14 marzo, alla famiglia di un assicuratore di Passo Corese, frazione di Fara Sabina, in provincia di Rieti.
Due i plichi rinvenuti nella Tuscia in meno di 24 ore la scorsa settimana: quello esploso tra le mani di una donna di Fabrica di Roma la sera di martedì 10 marzo e quella intercettata dalle impiegate del centro smistamento postale e fatta brillare dagli artificieri giunti da Roma la mattina successiva, l’11 marzo, a Ronciglione.
“Innesco collegato all’apertura della scatolina”
In base alle indagini coordinate dal procuratore aggiunto di Roma Francesco Caporale e dal pm Francesco Dall’Olio, su un ormai elevato numero di casi: “L’innesco dell’esplosivo non è collegato alla busta come nelle spedizioni anarchiche”.
L’innesco dell’esplosivo non sarebbe collegato all’apertura della busta, come accadeva per le spedizioni anarchiche, bensì all’apertura della scatolina contenuta all’interno. Il che farebbe ulteriormente scemare l’iniziale pista sovversiva.
“Tanta ossessiva precisione a fronte di un così basso potenziale offensivo fa pensare a un’unica mano”, confermano nel frattempo gli investigatori del Ros e della Digos, che indagano per attentato con finalità di terrorismo e lesioni.
Il bilancio finora è di quattro persone rimaste ferite, tutte donne, tra cui la 55enne di Fabrica di Roma che ha riportato ustioni a entrambe le mani e a un braccio aprendo la busta-trappola che era indirizzata al figlio parrucchiere, il cui padre e marito della donna è un ex agente penitenziario, in pensione da anni.
Verosimile il mittente
Le buste, tutte uguali al momento, sono quelle di carta formato A4 di colore giallo imbottite tipiche delle spedizioni postali. Al tatto sembrano contenere un libriccino. Verosimile il mittente, il cui nome è scritto a macchina su un tagliando adesivo così come il destinatario. Si tratta solitamente di persona nota alla vittima: una vecchia compagna di scuola, un avvocato, eccetera.
All’interno dei plichi si nasconde un mini-ordigno artigianale di semplice fattura, una scatoletta di compensato con all’interno una batteria per l’innesco e una quantità minima di polvere pirica, facilmente reperibile in qualsiasi emporio, o estraibile da un comune botto di capodanno tipo petardo. Gli artificieri dell’Ucigos preferiscono chiamarle buste incendiarie piuttosto che buste esplosive.
La pista anarco insurrezionalista
Sui pacchi bomba indaga l’antiterrorismo di Roma, cui fanno riferimento le procure della repubblica interessate, tra cui quella di Viterbo. Una settimana fa a Ronciglione, assieme ai carabinieri del nucleo investigativo e agli artificieri, è intervenuto il pubblico ministero Michele Adragna.
Una sola mano, secondo gli investigatori. Due le piste.
Una è quella del gruppo anarchico insurrezionalista che potrebbe stare approfittando dell’emergenza Coronavirus per tentare di creare ulteriore destabilizzazione sociale in un momento di difficoltà per lo stato.
A rafforzare la pista antagonista l’invio di una delle buste all’avvocato di Erich Priebke, Paolo Giachini, e di un’altra all’ex limitante di CasaPound viterbese condannato a tre anni per stupro di gruppo Francesco Chiricozzi, ex consigliere del movimento di estrema destra al comune di Vallerano.
La busta non è arrivata a destinazione solo perché l’attentatore è stato tradito (o si è volutamente tradito) dal nome sbagliato e dal mancato indirizzo del legale Marco Valerio Mazzatosta,che difendeva il coimputato RiccardoLicci.
La pista “Unabomber”
In caso di pista politica, non avrebbe però senso la persistente mancata rivendicazione degli attentati. L’altra pista è quella del lupo solitario, emulo di Unabomber, il cui movente è tutto da individuare.
Potrebbe scegliere le sue vittime analizzando i loro profili sui social network, ad esempio Facebook, ma se tra loro c’è qualcosa in comune al momento starebbe sfuggendo agli inquirenti alle prese con quello che si sta rivelando sempre più, di giorno in giorno, un complicato giallo.
Chiunque si celi dietro gli attentati, è attivo dalla fine di febbraio quando ha inviato i primi plichi e per ora sta colpendo esclusivamente nel Lazio.
Silvana Cortignani




