Viterbo – Pacchi bomba, dieci i casi nel Lazio, gli ultimi quattro dei quali a Palombara Sabina, Tivoli, Rieti e due in provincia di Viterbo tra il 10 e l’11 marzo. Nei primi giorni di marzo, invece, sono stati scoperti gli altri plichi esplosivi, a Fiumicino, Colle Salario, Balduina, Aurelio.Un altro a Palombara Sabina il 9 marzo.
Abbastanza per parlare di allerta terrorismo, anche se dietro gli attentati potrebbe nascondersi un singolo misterioso “unabomber” piuttosto che un gruppo organizzato. Il reato ipotizzato per ora è quello di attentato con finalità di terrorismo e lesioni.
La pista privilegiata resta quella anarchica, ma non si esclude che possa trattarsi di un lupo solitario, magari animato da difficilmente individuabili fini personali, ad esempio la vendetta: nessuna rivendicazione, nessun obiettivo istituzionale coinvolto, nessun legame tra i destinatari delle buste. Tutti i mittenti risultano noti alle persone cui dovevano essere recapitate e gli indirizzi sono scritti con gli stessi caratteri. Sicuramente un rompicapo.
Due i casi in provincia di Viterbo. Il 10 marzo l’esplosione di un plico indirizzato al figlio nelle mani di una 55enne di Fabrica di Roma. L’11 marzo il rinvenimento presso il centro di smistamento postale di Ronciglione di una busta sospetta, fatta poi brillare dagli artificieri, indirizzata all’ex militante di CasaPound Francesco Chiricozzi condannato a tre anni per lo stupro di gruppo al pub di pizza Sallupara, a Viterbo, dello scorso 12 aprile..
Le procure interessate, compresa la procura della repubblica di Viterbo, hanno aperto tutte distinti fascicoli contro ignoti, mentre la pista più accreditata nei primi giorni,quella anarchica, era rafforzata dal particolare momento storico, contrassegnato dal Coronavirus e dalle relative misure eccezionali prese dallo stato per contenere il contagio.
Una volta raccolti tutti gli elementi utili al prosieguo dell’inchiesta i singoli fascicoli d’indagine, salvo diverse disposizioni, verranno inviati ai magisitrati del nucleo antiterrorismo di Roma per la riunificazione nel faldone capitolino di cui sono titolari il procuratore aggiunto Francesco Caporale e il pm Francesco Dall’Olio, che coordinano le attività investigative di Ros e Digos.
“Siamo in attesa di inviare gli atti a Roma”, conferma il procuratore capo della repubblica di Viterbo Paolo Auriemma, che coordina a livello locale le indagini della procura e dei carabinieri del nucleo investigativo.
L’incubo è cominciato domenica primo marzo, quando un’addetta al centro smistamento di Poste italiane di Fiumicino è rimata ferita nell’esplosione del primo plico di colore giallo contenente una tavoletta di legno collegata con fili elettrici e polvere da sparo, in grado di trasformarsi in un micididiale ordigno.
Non capace di uccidere, secondo gli investigatori e gli artificieri, ma sicuramente di fare male e soprattutto di seminare il panico in un momento già complicato dalle rigide misure di contenimento dell’epidemia da Coronavirus. Quattro le vittime finora rimaste ferite, tutte donne, ricoverate con ustioni più o meno gravi in ospedale. La 55enne di Fabrica di Roma, che ha subito lesioni a un braccio e entrambe le mani, secondo i soccorritori, avrebbe avuto gli occhi salvi per miracolo.
Silvana Cortignani





