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Possiamo essere ancora un po’ incazzati?

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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – Possiamo essere ancora un po’ incazzati?

Che dire, di tutto? La mia generazione, quella del ’68 che confondendo studenti agiati e operai sfruttati aprì le porte culturali alle Brigate Rosse accomodandosi poi in banche, università, tribunali, burocrazie, giornali e aziende padronali, fu ed è ancora per molti una generazione di “incazzati”.

L’incazzatura servì allora ad aggredire vita, società, carriera e prendere al volo l’ascensore sociale che dalla precarietà ci trasferiva all’agiatezza. Avevamo grandi maestri. A parte Cristo con la frusta nel tempio e gli ultimi da far diventare primi o Marx con i proletari uniti per eliminare i padroni e vivere felici, tanti pensatori, da Marcuse a Sartre, a padre Balducci, don Milani e poeti cantautori De Andrè, Endrigo, Tenco, Paoli, Lauzi, Gaber, la Joan Baez del Vietnam e dopo Guccini e Dalla, Bertoli in carrozzella ma a muso duro, Pietrangeli con la Contessa schifata per “L’operaio che vuole il figlio dottore”.

Da adulti, venne l’incazzatura per delusione e Giorgio Gaber nel 1980, quarant’anni fa, incazzato scrisse e cantò “Io se fossi Dio”, prendendosela anche con Aldo Moro che per lui “restava la faccia che era”. Canzone a quei tempi vietata in Rai e ascoltata da noi quasi di nascosto la sera tra un bicchiere ed una sigaretta in ritrovi provinciali “da Parigi in minore”.

Risentirla rinnova quegli stati d’animo perché sembra scritta oggi, ma, a guardarsi intorno, della situazione non pare freghi molto, purtroppo e soprattutto ai giovani, nonostante perduri “l’impero degli invisibili avvoltoi che non si sazian mai; uomini seri rispettati, così sicuri dentro i loro imperi; soliti politici a tutto tondo che senza mai guardarci dentro scivolano sul mondo; magistrati un tempo schivi e riservati, ora con la smania di esser popolari; assessori furbastri subdoli altruisti con negli ospedali la gente acccatastata tra gli sputi e chi, per compassione e finti aiuti a foreste, delfini, piantine e canarini ha proprio tanta bontà che vien da dire: ma poi quest’uomo come fa coi suoi simili ad esser così carogna?”.

Solo un assaggio del Gaber nei panni del Dio che “il mondo lo guarda da lontano” e di fronte all’indifferenza pensa che forse “siamo complici oppure deficienti”. A dirla tutta, oggi sembriamo “tromboni e guitti un po’ stonati”, perchè quel Dio preferiva “il furore antico dove si amava e poi si odiava”. Anche lui però con “il proprio inferno che è questo amore eterno, per l’uomo”. Il quale – comunque e se è stato lui a inventarlo “non gli è venuto tanto bene”.

Renzo Trappolini


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