Shangai – (g.f.) – “Prendere sul serio il Coronavirus è l’unico modo per uscirne”. Giulio Brignola parla con cognizione di causa. Chef tarquiniese 50enne, il suo lavoro l’ha portato in giro per il mondo dall’età di 18 anni. Adesso si trova a Shangai, dove vive dal 2017. Ha un ristorante di cucina francese, il Bouchon. L’epidemia l’ha vista espandersi e ora assiste alla sua contrazione. Da quelle parti il contrasto al virus è stato, ed è, duro e i provvedimenti severi. Il suo locale è chiuso per ristrutturazione, conta di riaprire ad aprile. L’ultima volta che è stato a Tarquinia, a Natale. Ai suoi, che vivono qui, già da tempo raccomanda di proteggersi e non uscire di casa.
Chef, qual è la situazione oggi in Cina?
“I contagi sono ridotti al minimo – spiega Giulio Brignola – qui ti controllano anche utilizzando app, per capire se sei stato altrove, uscito dalla Cina. Se sei stato sempre a Shangai esce il colore verde, altrimenti giallo, hanno automatizzato tutto. Il livello d’attenzione è molto alto. Si può cominciare a riprendere, con restrizioni ovviamente. I ristoranti hanno un orario limitato. Non si entra in più di dieci e la seduta non può essere di fronte fra due persone”.
Con il suo locale come va?
“Ho un ristorante francese, il Bouchon, il bistrot per eccellenza, esiste da 22 anni ed è il più vecchio e il primo di tutta Shangai. Io sono arrivato qui nel 2017. Il locale l’ho chiuso per il Capodanno cinese, periodo di vacanza e avrei dovuto riaprire il 3 febbraio, poi è scoppiata la bomba virus e ho deciso di non riaprire. Tanto poi non sarebbe stato più possibile farlo. Avevo in programma lavori da effettuare e mi sono dedicato a quelli, anche se con il Capodanno cinese, due terzi delle persone se ne sono andate dalla città e poi non sono potute rientrare. Per questo, solo di recente ho potuto trovare una ditta. Ho i muratori da una settimana, conto di riaprire ad aprile”.
Torna spesso in Italia?
“Con una certa frequenza, ogni tre o quattro mesi, l’ultima volta sono venuto a Natale. La mia famiglia vive a Tarquinia”.
Dalla Cina, come vede la situazione in Italia del Coronavirus?
“Le posso dire quello che raccomando ai miei parenti. Da tempo li ho avvisati di non uscire e limitare i contatti. Adesso ho visto che anche a Tarquinia ci sono negozi e scuole chiuse. I numeri sono in crescita. Una cosa buona che ho visto è la scelta di effettuare i tamponi, per fotografare meglio la situazione. Se le restrizioni fossero state adottate prima, la situazione forse si poteva contenere di più”.
In Cina com’è andata con le misure di prevenzione?
“Qui ha funzionato per la forte autodisciplina. Appena esploso il caso, sono automaticamente andati tutti in quarantena. Le strade erano deserte, poi hanno chiuso la provincia dell’Hubei, che conta 60 milioni di abitanti. È grande quanto l’Italia”.
Com’è cambiata la vita, oltre all’isolamento?
“Qui, se vai per negozi anche a comprare l’acqua ti controllano la temperatura e se non hai la mascherina non entri. Le portano tutti. Se prendi un taxi, sono “blindati”. Non ci sono contatti con l’autista. Perché alla fine il modo migliore è non sottovalutare la situazione, prenderla sul serio e nel modo più rigido e severo. La Cina ha un governo forte che ha imposto scelte a un miliardo e mezzo di persone. Regole strette che hanno funzionato”.
In Italia invece?
“Ho anche visto video di persone al bar a bere lo Spritz, tanto il virus non li attacca. Comportamenti che non aiutano, anche se accadevano giorni fa”.
Dall’Italia lei manca da molto?
“Avevo 18 anni quando sono partito per lavoro. Prima di Shangai ho lavorato molto in Medioriente, con grandi catene del food, Abu Dabi, sono anche stato in Scozia, Turchia, su navi da crociera. Quando ero ormai stanco della vita a Dubai mi è capitata l’occasione e sono arrivato in Cina”.



