![]() Viterbo – Casa dello studente – Marco Barone alla fine della quarantena ![]() Viterbo – Casa dello studente – Nicola e Marco Barone ![]() La vita nella casa dello studente durante la quarantena ![]() La vita nella casa dello studente durante la quarantena ![]() La vita nella casa dello studente durante la quarantena ![]() Marco Barone |
Viterbo – Marco Barone ha 25 anni, frequenta il corso di laurea magistrale in tecnologie alimentari all’università degli studi della Tuscia ed è stato uno dei protagonisti “dell’autorganizzazione”, così l’ha definita, da parte di ragazzi e ragazze alla casa dello studente di via Cardarelli a Viterbo messa in isolamento il 4 marzo dopo che una ragazza è stata trovata positiva al Coronavirus.
Quarantena finita domenica 22 marzo, quando Marco stesso, che tutti chiamano Danny, è tornato a casa, a Roma, con Nicola, il padre, che è venuto a prenderlo. “I primi giorni – ha detto Marco Barone – dentro la casa dello studente c’era il panico”.
Marco Barone, come è stata la vita durante i giorni di isolamento alla casa dello studente?
“Di sicuro è stata particolare. Eravamo in una situazione straordinaria. Con due casi positivi al Coronavirus. Personalmente però mi sono divertito”.
Che intendi per divertito?
“Mi sono divertito perché mi è piaciuto il fatto che si sia venuta a creare una specie di grande famiglia. In sei anni che sto a via Cardarelli non ho mai visto una situazione del genere. Ho sempre fatto amicizia all’interno della casa, ma con un ristretto gruppo di persone. Invece in quest’esperienza abbiamo instaurato un rapporto collaborativo con tutti, anche con gli studenti Erasmus. In una situazione normale questa cosa non succede. Prima tante persone non le conoscevo, adesso invece le posso chiamare amici. Ho conosciuto anche ragazzi e ragazze che una volta guardavo con occhi diversi, fermandomi solo alle apparenze. Quindi, divertirsi per me ha significato avere il piacere di stare con le persone, e con persone che un tempo non conoscevo”.
Come vi siete organizzati i primi giorni?
“Le prime due settimane i pasti li abbiamo consegnati noi studenti. Abbiamo messo in piedi un gruppo di 6, 7 persone e abbiamo preso subito la situazione in mano. Perché i primi giorni dentro la casa dello studente c’era il panico. C’era la Asl che ci diceva una cosa, i carabinieri che ce ne dicevano un’altra, poi è arrivata la protezione civile con altre indicazioni. Poi la Croce Rossa, poi la portineria e poi LazioAdisu stessa. Soprattutto LazioAdisu ha dialogato ben poco”.
Che vuol dire che LazioAdisu ha dialogato ben poco?
“Ha preso spesso decisioni senza pensare quello che succedeva all’interno, senza cooperare con altre istituzioni”.
Ad esempio?
“La sanificazione. La seconda che hanno fatto ci siamo trovati a disagio perché l’avevano organizzata per tutto l’edificio. Quando l’hanno fatta ci hanno detto di spostare tutte le persone in giardino. Poi dopo ore che eravamo tutti fuori se ne sono usciti dicendoci che avevano sanificato solo una parte dell’edificio. Quindi il giorno dopo dovevamo rifare la sanificazione. E questo secondo me è stato frutto di una comunicazione sbagliata tra LazioAdisu e la ditta che ha fatto la sanificazione. Però, per fortuna, siamo stati abbastanza collaborativi da cercare di placare panico e disagi, cercando di aiutare tutti, soprattutto gli studenti Erasmus”.
Quanti sono gli studenti Erasmus della casa dello studente?
“Circa un’ottantina. Gli spagnoli sono una ventina. Dentro la casa di via Cardarelli ci sono tutte le nazionalità dell’Unione europea. Qualcuno viene anche dal Brasile. Poi ci sono dei ragazzi del Camerun, ma non sono studenti Erasmus”.
Torniamo ai primi giorni di isolamento…
“Ripeto, sono stati giorni di panico. I primi giorni hanno fatto i primi tamponi e la gente si lamentava. Un pò perché non sono stati fatti subito, ma dopo un giorno. Poi a parere mio avrebbero dovuto farli direttamente all’interno della singola stanza di ciascuno e fino al risultato quella persona non sarebbe dovuta uscire dalla stanza. Inoltre, primo giorno c’hanno sempre invitato, a noi che non avevamo avuto contatti con la prima ragazza contagiata, ad andare via per evitare pericoli di contagio interni. Ma molti di noi rispondevano che non potevano andare a casa prima del tampone. Perché, semmai avessimo avuto il Coronavirus e questa cosa non fosse stata scoperta con un tampone, avremmo rischiato di trasmetterlo anche ai nostri familiari. E molta gente all’inizio non se ne è andata per questo”.
Poi che è successo?
“Invece i risultati dei tamponi sono arrivati dopo tre giorni, ma fino a quel momento circolavamo tutti. Sempre divisi tra chi aveva fatto il tampone e chi no. Ma circolavamo. Inoltre in quei giorni c’è stato il trasloco. Il giorno dopo i tamponi, tutte le persone che lo avevano fatto e stavano nell’ala vecchia dell’edificio si sono dovute spostate nell’ala nuova, nelle stanze libere. Poi un paio di giorni dopo, tutte le persone dell’ala nuova, che non avevano fatto il tampone, compreso il sottoscritto, dovevano essere spostate nell’ala vecchia. Però nell’ala vecchia le stanze erano tutte piene di cose appartenenti a chi s’era spostato nella nuova e di cose di proprietà di chi in quel momento era assente”.
E cosa avete fatto?
“Io e altre 5, 6 persone abbiamo dovuto svuotare tutte le stanze dell’ala vecchia. E ti sto parlando di un pomeriggio sano. La sera eravamo stanchissimi. Abbiamo fatto il trasloco fino all’una di notte. La sanificazione non aveva tolto niente. Adesso gli oggetti che abbiamo trovato nelle stanze stanno tutte nella sala comune. E sono oggetti di persone anche assenti. Da fuori sembrava facile, ma all’interno non lo era affatto. Non solo, ma alcune cose che abbiamo traslocato erano anche di valore. Adesso noi siamo persone per bene e abbiamo rispettato tutto al millimetro. Ma a nessuno è venuto in mente che dentro le stanze degli studenti spostati nell’ala nuova o di quelli assenti ci potessero essere cose preziose e che il trasloco avrebbe dovuto essere stato fatto in maniera diversa. Siamo stati noi ad avere l’accortezza di mettere tutti gli oggetti in una busta e le cose di valore le abbiamo in un unico posto etichettate con il numero della stanza da cui provenivano. Altrimenti rischiavano di finire a cavolo dentro i bustoni col rischio di rompersi”.
Che intendi per cose di valore?
“Ad esempio computer e stampanti”.
Con i pasti come vi siete trovati?
“I pasti arrivavano dalla mensa. Le prime due settimane li abbiamo distribuiti noi, dicendo agli altri studenti di restare nelle proprie stanze. Poi appena arrivavano i pasti, con il carrello, mascherina e guanti, li portavamo porta a porta. Insomma, ci siamo auto-organizzati”.
Ed è stato sempre così?
“No, l’ultima settimana di quarantena a consegnare i pasti è stata la Croce Rossa. Però i primi due giorni, rispetto a noi che l’avevamo fatto per due settimane, erano un po’ impacciati. Noi eravamo talmente abituati a farlo che consegnavamo i pasti in pochissimo tempo, caldi caldi. Invece i primi due giorni della consegna da parte della Croce Rossa sono arrivati freddissimi perché c’hanno messo tanto”.
Ma le prime due settimane dovevate per forza essere voi a consegnare i pasti?
“Non credo, perché a un certo punto la Asl ci ha detto che non avremmo dovuto essere stati noi a consegnarli. Nessuno però c’aveva detto da chi e come avrebbero dovuto essere consegnati. C’avevano procurato i pasti. Poi per il resto, nessuna indicazione”.
Come erano separati gli spazi dove potevate stare rispetto a quelli dove non potevate andare?
“Erano separati da un filo. Con il corridoio, con la portineria, con l’esterno”.
Per filo che intendi?
“Quello bianco e rosso, quello che mettono i vigili urbani per strada. Quel filo sembrava una barriera con tutto. Una barriera astratta con LazioAdisu, con la Asl, con i carabinieri, con la Croce Rossa. Se non ci fossimo stati noi ad organizzarci, i primi giorni sarebbero stati un casino”.
All’inizio avete temuto che il contagio potesse coinvolgere altri studenti?
“I primi tre giorni, quando ancora la situazione non era chiara, sono stati difficili. C’è stato anche chi temeva di non uscire più dalla casa e s’è spaventato. Molti temevano anche di non mangiare più. Erano tutte paure ingiustificate, ma il panico c’è stato. E la paura di un contagio di massa pure. I tamponi sono stati fatti il giorno dopo l’inizio dell’isolamento. E le accortezze da avere ci sono state indicate uno, due giorni dopo. Nel frattempo però ci siamo ammassati in gruppi per sapere cosa succedeva, senza mascherine perché non erano ancora arrivate. Un po’ di timore c’è stato, ed è passato quando sono arrivati i risultati dei primi tamponi fatti, che erano tutti negativi. C’era solo un tampone da rifare”.
Poi come è risultato il tampone da rifare?
“Era il tampone della seconda ragazza contagiata dal virus. Una ragazza spagnola”.
Mascherine guanti dopo quanto sono arrivati?
“Dopo due, tre giorni c’hanno procurato le prime mascherine e i primi guanti. Poi sono finite di nuovo e ce le hanno procurate i carabinieri. Loro sono stati veramente in gamba. C’è stato un capitano del comando di Viterbo che è stato presente tutti i giorni. Ce le hanno procurate anche la Asl e la Croce Rossa. Comunque sia, non siamo stati abbandonati, al di là che le cose sono state organizzate male dall’alto, tuttavia c’era la presenza di tutti”.
Avevate messo in piedi un comitato organizzativo studentesco?
“No, eravamo diventati solo un punto di riferimento. Poi abbiamo fatto un gruppo su whatsapp dove diffondevamo tutte le comunicazioni e quello che c’eravamo detti parlando con la Asl, i carabinieri e le altre istituzioni”.
Come organizzavate le giornate?
“Niente di preciso. I primi giorni volevamo consegnare le colazioni agli altri porta a porta. Poi ci siamo resi conto che le colazioni era meglio consegnarle con la cena. Tanto non andavano a male. Sostanzialmente consegnavamo il pranzo e la cena con la colazione per il giorno dopo. Molti la mattina restavano in camera a seguire le lezioni a distanza. A pranzo diversi andavano fuori in giardino a mangiare. Il pomeriggio chi riposava, chi studiava, chi giocava a pallavolo. La sera si stava fuori o in camera oppure abbiamo visto il film Harry Potter nella sala comune, distanziandoci. Andavamo anche a vedere l’orto. L’ultimo giorno abbiamo fatto anche una caccia al tesoro. Ed è stata una bella esperienza. E’ stata organizzata da 5 persone e hanno partecipato una quartina di studenti. Qualcuno, con il flash mob delle sei del pomeriggio, suonava la chitarra. Qualcun altro andava pure in palestra. Si poteva fare tutto e niente”.
L’esperienza più significativa?
“L’orto. Non si faceva più da 5 anni. E anche l’associazione studentesca Universo Giovani ci ha regalato delle piantine da mettere. E va detto che Universo giovani ci ha sempre aiutato. Ad esempio ci ha portato dei libri da leggere. Inoltre se qualcuno aveva bisogno di libri particolari per poter studiare, hanno sempre fatto in modo di procurarceli. Ci hanno portato anche degli snack. Qualsiasi cosa chiedevamo ce l’hanno portata. Ci sono stati anche dei signori di Viterbo che c’hanno fatto dolci e ciambelloni”.
Una volta finita la quarantena, come è stata organizzata la vita all’interno della casa dello studente?
“Io me ne sono andato domenica. Il giorno in cui è finita la quarantena. Da quello che gli altri scrivono sul gruppo whatsapp, che abbiamo mantenuto attivo, so che i pasti della mensa, una volta finita la quarantena, sono stati consegnati a pagamento, con il prezzo che pagavamo quando andavamo a mensa. Sembra però che ora la mensa abbia sospeso la consegna dei pasti perché pare abbia preparato 30-40 pasti ma soltanto in sei li hanno presi. Poi pare ci sia anche l’ipotesi di arrivare a 30 persone interne alla casa per registrare tutti come nucleo familiare e incaricare una persona a fare la spesa. Nel frattempo la Croce Rossa ha portato tutti gli Erasmus spagnoli a Civitavecchia imbarcandoli per Barcellona. Tutti tranne la seconda ragazza trovata positiva al Coronavirus, anche lei spagnola, e una sua amica che è voluta restare con lei. Dentro dovrebbero essere restate una trentina di persone”.
Daniele Camilli
Multimedia: Fotogallery: La vita alla casa dello studente – Video: Il racconto di sedici giorni di isolamento





