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“In terapia intensiva per combattere contro il Coronavirus, un mostro invisibile e aggressivo…”

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Alessia Ferri - Sul volto dell'infermiera i segni delle protezione da Coronavirus

Alessia Ferri – Sul volto dell’infermiera i segni delle protezione da Coronavirus

L'infermiera Alessia Ferri con la protezione da Coronavirus

L’infermiera Alessia Ferri con la protezione da Coronavirus

La cena offerta all'infermiera Alessia Ferri e ai suoi colleghi

La cena offerta all’infermiera Alessia Ferri e ai suoi colleghi

Viterbo – La laurea in infermieristica alla Sapienza, distaccamento di Viterbo. Poi il trasferimento a Milano, per specializzarsi come infermiera di sala operatoria. Alessia Ferri, 24 anni, mai avrebbe immaginato di dover fronteggiare una delle emergenze sanitarie più grandi del mondo. “Lavoro all’istituto clinico Sant’Ambrogio – spiega – come infermiera anestesista e strumentista in sala operatoria. Ma da inizio settimana sono stata spostata nell’unità operativa di terapia intensiva per dare supporto ai colleghi nell’emergenza Coronavirus”. E le ore e ore nel reparto di rianimazione lasciano traccia. Nel cuore. “Cosa stanno vivendo i pazienti è troppo duro anche solo da raccontare”, dice Ferri. E sulla pelle.

Cosa sono quei segni sul viso?
“Quelli che ti lasciano le mascherine che indosso per proteggermi. All’inizio non danno problemi, ma con il passare del tempo iniziano a far male sul naso. Gli elastici tagliano le orecchie e per chi come me porta gli occhiali sono davvero fastidiose. Poi ti fanno mancare il respiro. Ma le mascherine non sono l’unica protezione. Dall’inizio alla fine del turno, quindi per tutta la durata, indosso una serie di dispositivi. Fanno sudare, ti impediscono di bere e di mangiare. Rendono il lavoro pesante, e difficoltoso ogni movimento. Ogni singolo movimento richiede così più energie di quelle che userei in condizioni normali. Inoltre indosso tre paia di guanti, che stringono sulle dita e le fanno pulsare”.

Com’è lavorare in terapia intensiva Covid-19?
“Pesante. Lavorare in questo momento in terapia intensiva, sapendo ciò che sta succedendo nel mondo, è pesante. È qualcosa di inspiegabile pensare che a quei pazienti è servito un letto in rianimazione non perché hanno subito un intervento chirurgico o per altre patologie, ma perché hanno un virus. Sono lì per un mostro invisibile, ma allo stesso tempo estremamente aggressivo. Nonostante ciò, tra colleghi ci facciamo forza. Ci diamo la carica per andare avanti. Ciò che più mi piace è la forza del rapporto umano. La fratellanza. Il lottare insieme per la stessa causa. È l’energia il motore del mondo”.

Cosa stanno vivendo i pazienti ricoverati?
“… È troppo duro anche solo da raccontare…”.

Ma in questa “guerra” c’è qualcosa di positivo da poter raccontare?
“Inaspettatamente mercoledì sera un ristorante ha consegnato a tutto l’ospedale hamburger e patatine. Le buste erano tutte diverse. Personalizzate. Su ognuna c’era una frase. Da ‘Grazie per quello che state facendo’ a ‘I nostri eroi non indossano mantelli, ma camice e mascherina’”.

Si sente un’eroina?
“No, né io né i miei colleghi siamo eroi. Non siamo eroi di nessuno. E non siamo neppure angeli. E non facciamo nemmeno miracoli. Ma solo il nostro lavoro. Lavoro che in questo periodo più che mai deve essere supportato da una base di conoscenza. Siamo professionisti che studiano, che hanno addosso il peso della responsabilità di salvare vite umane. Vogliamo essere considerati tali, non eroi”.

Com’è la situazione a Milano?
“Molto seria. Nonostante tutte le attività commerciali e i luoghi di ritrovo siano stati chiusi alcune persone, fortunatamente una minoranza, continuano a uscire, a fare jogging e altre attività che dovrebbero evitare. Ma proprio mercoledì sera ho notato che la strada che percorro quotidianamente per andare a lavoro era presidiata da numerose volanti della polizia. Ma chi può, per favore, resti a casa”.

Come infermiera ha paura?
“Non ho paura per me, ma per le persone a me care. Le penso costantemente. E non ho paura perché credo che in tutte le circostanze negative la paura debba essere messa da parte. Sennò ti frega e ti ruba le energie”.

Raffaele Strocchia


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