Viterbo – Sto scorrendo alcune foto dei primi anni del ‘900, al tempo della cosiddetta febbre spagnola. Tanta gente con mascherine di ogni tipo, anche di fortuna. Avevano capito molte cose. Poi seguo i dibattiti sulle mascherine. L’ordinanza del sindaco, la replica del prefetto, i consigli dell’infettivologo, la polemica sulle mascherine swiffer, il modo sbagliato di sceglierle, di indossarle, di usarle.
Possibile che vi sia tanta confusione?
Il fatto è che le stesse autorità sanitarie non sono state chiare, almeno all’inizio. Poi ci va messa l’insofferenza degli italiani per le regole e il far west dei provvedimenti.
Allora, provo a proporre qualche considerazione sperando di contribuire a fare chiarezza, sulla base di venti anni di studi sul rischio globale.
Punto uno. Il contagio si debella, o si limita, con il distanziamento. Per questo, a meno di non far parte dei settori di emergenza (sanità, protezione civile, distribuzione alimentare) si deve stare a casa. Aggiungendo, per ogni evenienza (se si gira per il condominio o nei dintorni, se si ricevono pacchi, ecc.) di lavarsi spesso le mani. Non entro nel merito nel problema di chi, dovendo stare a casa, non lavora e quindi rischia salario, guadagno, ecc. Problema immane, secondo solo alla salute. Ma qui intervengono eventualmente provvedimenti economico-finanziari dello Stato.
Punto due. Le mascherine che proteggono sé stessi sono quelle usate dai sanitari che trattano direttamente i contagiati. Non sono disponibili per tutti e non servono necessariamente alla gente comune. Tutte le altre mascherine, chirurgiche, fatte in casa, swiffer, sciarpe, hanno la sola funzione di evitare il diramarsi di droplets (goccioline contagiose di varia grandezza, espulse con tosse e starnuti, ma anche con la voce) e di più blande forme di aerosol atmosferico contenente virus.
Punto tre. Gli scienziati ci dicono a chiare lettere che, al di là dei contagiati individuati con tamponi, girano soggetti positivi al virus ma asintomatici, magari ignari di essere positivi. Queste persone sono contagiose. Ecco perché va comunque mantenuta la distanza sociale tra le persone.
Punto quattro. Per il motivo precedente, per debellare il contagio in ogni caso, una saggia applicazione del principio di precauzione vuole, a scanso di ulteriori problemi, che tutti indossino mascherine nelle circostanze in cui ci sia compresenza di persone non sempre ben distanziabili (lo si vede nei supermercati, nonostante gli ingressi contingentati). Se tutti indossano obbligatoriamente mascherine o comunque barriere al proprio fiato, in queste circostanze, il rischio di contagio assommato al distanziamento si abbassa praticamente a zero. L’uso di guanti è una ulteriore garanzia.
Punto cinque. Uscire con la mascherina per fare quattro passi in solitudine è quindi vano e ridicolo ed è uno spreco.
Punto sei. Tutto il dibattito, le lamentele, le precisazioni sulle mascherine, volte a liberarsi il più possibile di esse, è da irresponsabili, che lo portino avanti i singoli cittadini o le autorità. E usare una mascherina, una qualsiasi barriera al volto (bocca e naso, non solo bocca, come fanno alcuni) sarà ancor più necessario nella “fase due”, qualora si liberassero alcune attività, che comportano nuove adiacenze interpersonali nei negozi e nei luoghi di lavoro.
Punto sette, in conclusione. Ben venga una ordinanza che impone l’uso delle mascherine in ogni circostanza di adiacenza interpersonale. Le autorità preposte dovrebbero collaborare a tal fine, in ossequio al principio generale di precauzione che ha a che fare con la sicurezza pubblica. E non dovrebbero assecondare l’atavica tendenza degli italiani a sottrarsi ai doveri con dei distinguo che alla fine vanno persino contro l‘interesse alla salute collettiva e sulla stessa possibilità di attuare in sicurezza la fase due, che rimette in moto talune attività produttive e commerciali.
Francesco Mattioli



