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“Per la prima volta in tre anni ho rivisto la mia casa…”

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Il carcere di Mammagialla

Il carcere di Mammagialla

Viterbo – “Abbiamo paura per i nostri familiari. Che si ammalino e muoiano senza che possiamo vederli”. “Ce la mettiamo tutta per non farci prendere dal panico”. “Ci manca il contatto umano, ma Skype aiuta”.

Sono le parole dei detenuti del carcere Mammagialla, ma potrebbero essere quelle di chiunque. Parlano ai microfoni di Radio Vaticana: “Saremmo felici se chi ascolta riuscisse a considerarci persone normali – dice Gianni, rinchiuso nella prigione di Viterbo -. Qui l’infermeria è piccola: il virus sarebbe una catastrofe”. 

La radio della chiesa entra nelle celle e libera le voci di chi non può uscire. Ieri alcuni detenuti di Viterbo e Rebibbia hanno lasciato testimonianze alla trasmissione “I cellanti – Liberi di raccontare storie dal carcere”. 

Delle prigioni sovraffollate che rischiano di diventare bomba epidemiologica si è preoccupato anche papa Francesco. Per due domeniche consecutive: “Chiedo alle autorità di essere sensibili – ha detto – e di prendere le misure necessarie per evitare tragedie future”. 

Al 26 marzo, solo 200 risultano essere i detenuti usciti per l’emergenza sanitaria. Perfino l’Iran, che non brilla per rispetto dei diritti umani, ha fatto meglio dell’Italia. Ma i detenuti aspettano. E intanto danno una mano: Mammagialla è tra gli istituti penitenziari la cui sartoria è stata riconvertita per produrre mascherine.

“Anche senza provvedimenti deflattivi, vogliono rendersi utili – dice Nadia Cersosimo, direttrice di Rebibbia e reggente dell’istituto viterbese -. I detenuti di queste due carceri hanno dimostrato maturità: avrebbero potuto fare recriminazioni, come gli altri; sono rimasti in silenzio a lavorare. A Viterbo partirà a breve una produzione di mascherine. Qui è in corso una raccolta fondi di agenti e detenuti, poveri tra i poveri, ma che vogliono dare quel poco che hanno per mostrare solidarietà”.

In tre parlano da Rebibbia. Francesco è l’ultimo e il più efficace nello spiegare perché l’ingresso del Coronavirus nelle carceri è questione nazionale e cruciale: “Se tutti noi ci ammalassimo intaseremmo il sistema sanitario”.

Poi microfono ai reclusi viterbesi. “Una vera a propria gara, da Mammagialla, per parlare con noi”, commenta il conduttore Davide Dionisi. I detenuti lanciano un messaggio alle istituzioni. “Permetteteci di ricongiungerci alle nostre famiglie”, è l’appello di Alessandro. “Nessuno può amarle e proteggerle come faremmo noi, se potessimo stargli accanto”, aggiunge Massimiliano. Gianni dice di avere paura, come tutti, nel carcere viterbese: “Siamo preoccupati che il virus entri qui”. Per ora è positivo al Covid solo un poliziotto penitenziario. Ma se i contagi aumentassero, commenta Paolo, “saremmo messi proprio male. Tra queste mura alte e grigie la sofferenza era già tanta. Noi detenuti siamo già con spalle al muro”. 

Ringraziano la direttrice e la polizia penitenziaria, che “fanno di tutto per farli stare tranquilli”. Ma le notizie da fuori sono drammatiche: “Stiamo perdendo una generazione – commenta Mishi -. Se ne sono andati genitori, nonni, ora anche giovani. Temiamo per i nostri parenti”. 

La tecnologia, con le videochiamate, sta aiutando anche loro. Proprio come chi è fuori. Goffredo, per esempio, racconta di essere a Mammagialla da tre anni: “Per la prima volta ho avuto l’emozione più bella del mondo: rivedere la mia casa. Per i miei compagni è lo stesso: c’è chi è contento per aver rivisto la mamma, chi i figli…”. 

“Forse ora i cittadini italiani capiscono un po’ cosa vuol dire perdere la libertà – dice Orlando -. Io gli sono vicino. E vorrei far capire che anche noi possiamo fare di più, se ne abbiamo la possibilità”.

Stefania Moretti


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