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“Con il Coronavirus e la febbre alta papà è stato lasciato al freddo per ore a Belcolle”

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Marco Ciorba

Marco Ciorba

Lorenzo Ciorba

Lorenzo Ciorba

Lorenzo e Marco Ciorba all'uscita dall'ospedale di Belcolle

Lorenzo e Marco Ciorba all’uscita dall’ospedale di Belcolle

Viterbo – A metà marzo Lorenzo Ciorba, noto commercialista di Viterbo, scopre di essere stato contagiato dal Coronavirus. La battaglia, per lui ma per tutta la sua famiglia, è durata ventisette lunghi giorni. “È stato un incubo – racconta il figlio Marco, presidente del consiglio quando sindaco era Leonardo Michelini -. Durante questa battaglia abbiamo combattuto da soli, senza il supporto delle istituzioni e con la malagestione pubblica della pandemia”.

Come sta suo padre?
“Ora sta recuperando, ma va tenuto ancora sotto controllo”.

Come è iniziata la sua malattia?
“Con sintomi influenzali e febbre altissima, poi ha iniziato a mancargli il respiro e ad avvertire del soffocamento. Il suo medico curante Goffredo Taborri, valutate come gravi le sue condizioni, ha fatto intervenire l’ambulanza. Al contrario, mio padre sarebbe morto a casa. Portato in ospedale, Belcolle non era pronto. Papà è stato chiuso in un ufficio della vigilanza del pronto soccorso dalle 15 alle 24 del 12 marzo. Senza riscaldamento e neppure una coperta. La febbre a più di 39 lo stava assalendo, batteva i denti, non aveva forze ed era terrorizzato. Solo a mezzanotte è stato ricoverato a malattie infettive, e su questa cosa non ci passeremo sopra… Ma i medici, gli infermieri, gli operatori sociosanitari di malattie infettive e della rianimazione sono stati bravissimi. Papà se l’è vista brutta e loro l’hanno preso per i capelli. Lui li chiama i suoi angeli, e più volte mi ha detto: Mi hanno fatto ritornare dall’inferno”.

Suo padre è stato anche in terapia intensiva quindi…
“Sì. Quando mi ha telefonato per farmi sapere che lo stavano portando in rianimazione, mi è caduto il mondo addosso e ho pensato che fosse finita. Non è stato intubato ma gli hanno messo il casco, e grazie alla respirazione assistita è migliorato”.

Psicologicamente invece come stava?
“Abbiamo temuto si lasciasse andare e, a distanza, abbiamo dovuto lottare per non farlo mollare. Alle 6 di ogni mattina, ad esempio, mia sorella registrava un video con il figlio che così incoraggiava il nonno”.

Da Belcolle vi tenevano aggiornati sulle sue condizioni di salute?
“Per vie traverse, ovvero solo tramite amici e conoscenti”.

Fortunatamente ha poi iniziato a migliorare…
“Sì. Ma quando non era ancora ben cosciente un assistente sociale, o almeno credo, voleva fargli firmare un documento. Per fortuna non l’ha fatto, perché volevano dimetterlo senza fargli neppure un controtampone e la radiografia. Le alternative erano: tornare a casa o essere spedito come un pacco a Roma e poi smistato in una struttura del Lazio. Mi sono incazzato e ho chiamato il prefetto, che ringrazio perché dopo un’ora e mezza è stato trovato un posto in ospedale per papà e il giorno dopo gli è stato fatto il controtampone e le lastre. A Viterbo la prefettura è l’unica istituzione che funziona in questa emergenza. Il resto va tutto buttato”.

Perché per suo padre le alterative erano solo due? Come ha detto, tornare a casa o essere trasferito a Roma…
“Perché né a Viterbo né in provincia c’è una struttura in cui i pazienti Covid possano stare in isolamento così da non contagiare i familiari e non c’era una struttura dove chi usciva dalla fase acuta del virus potesse continuare la degenza durante la quale è necessaria ancora l’assistenza. Regione Lazio e Asl non hanno organizzato nulla. Questo è il livello della gestione pubblica della pandemia nella Tuscia: nessuno è in grado di far fronte alla situazione”.

Perché suo padre non poteva tornare a casa?
“Perché vive con mia madre e mia nonna di 98 anni che sono soggetti a rischio avendo già un pesante quadro clinico. Dopo che papà è stato ricoverato, hanno avuto anche la tosse e ho pensato al peggio. Inizialmente non riuscivamo a gestire tutta la situazione da soli, ed è stato un disastro. Il tampone è stato fatto esclusivamente a mia madre, ma solo dopo averlo implorato. E fortunatamente è risultato negativo. A mia nonna di 98 anni, invece, si sono sempre rifiutati di farlo”.

Perché?
“Secondo me per una questione di età. Ed è triste che gli anziani, che sono le nostre radici, vengano trattati così”.

Sostiene che le istituzioni viterbesi non siano in grado di gestire l’emergenza. Può spiegarsi meglio?
“Dopo che mio padre è risultato positivo, siamo stati noi a dire alle persone con cui aveva avuto contatti di mettersi in isolamento. È grazie a noi che la diffusione del virus è stata bloccata, perché il numero verde della Regione non funzionava e non siamo riusciti a contattare la Asl. Io ce l’ho fatta dopo quattro giorni, ma solo perché mi è stato passato un numero di cellulare. Così ho potuto aiutare l’azienda sanitaria nella ricostruzione della catena. Ma è stato un disastro anche con i tamponi: i risultati sono arrivati dopo sei giorni e ad alcuni sono stati consegnati quelli di altre persone.
A livello politico, invece, abbiamo registrato la totale mancanza dell’amministrazione comunale. Il sindaco Arena non ha fatto nulla, ma in una situazione del genere dovrebbe pensare e supportare chi sta vivendo questo dramma. Quel poco che ha organizzato l’ha organizzato con enorme ritardo, nonostante in Italia l’emergenza fosse scoppiata a fine febbraio e Viterbo avesse avuto due settimane in più di tempo. La nostra spazzatura ad esempio, come quella di qualsiasi persona positiva o in quarantena, era un rifiuto speciale. Ma nessuno passava a ritirarla e l’abbiamo dovuta accumulare sui balconi. È stata una cosa tristissima. Questa pandemia sta facendo emergere la totale incapacità della classe politica viterbese”.

Come ha contratto il Coronavirus suo padre?
“Io so solo che, come tanti a Viterbo, si è ammalato dopo i campionati di nuoto alla piscina comunale. Permetterli è stato gravissimo. Mentre i sindaci di tutta Italia blindavano le loro città per difendere i cittadini, Giovanni Arena faceva venire a Viterbo centinaia di persone dalle zone rosse. La maggior parte erano ragazzi e forse asintomatici. Per giorni hanno dormito in città e potrebbero aver fatto un disastro. In quell’occasione il sindaco ha portato avanti solo i suoi interessi politici, quelli della piscina e di un gruppo politico a lui vicino: quello di Rotelli, Bianchini e Grancini. Come cittadino vorrei capire quali sono questi interessi superiori alla salute dei viterbesi. Credo che il procuratore, che so essere una persona seria, debba andare a fondo su quanto successo e aprire una fascicolo contro ignoti per colposa diffusione dell’epidemia, lesione e altri reati”.

Per suo padre ora il peggio è passato…
“La liberazione c’è stata quando sono andato a prenderlo all’ospedale. L’ho trovato con dieci chili di meno, ma era vivo. Papà ha avuto due polmoniti da Covid, e l’ho visto morto. Ma si è salvato grazie alla bravura di chi oggi sta tutti i giorni in trincea: medici, infermieri e operatori sociosanitari. È a loro che va detto grazie, non ai dirigenti Asl. E la mia famiglia grazie lo deve dire anche alle tantissime persone che si sono messe a nostra disposizione e ci hanno dimostrato affetto. Abbiamo ricevuto tanto amore, e ciò che abbiamo vissuto non lo auguro nemmeno al mio peggior nemico. È stato un incubo”.


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