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“Difficile stare in casa senza mangiare…”

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Viterbo – Non avere niente vuol dire innanzitutto avere fame. “Difficile stare in casa senza mangiare”. Lo dice Keba, che viene dal Gambia. Ha poco più di vent’anni e anche lui fa parte di quell’esercito dimenticato di braccianti agricoli che in questo momento, l’emergenza Coronavirus, stanno chiusi in casa. Spesso senza cibo e medicine. Come Keba, Wira e Seedy. Qui, a Viterbo. E senza un euro in tasca.

Altri, stanno invece sui campi. A lavorare. Per garantire pranzo e cena a tutti. A volte, come alcuni sindacati hanno già detto, senza protezioni. Mascherine, guanti e distanziamento.


Keba

Keba


Situazioni, in entrambi i casi, al limite. Della sopravvivenza e dei diritti umani. Perché un bracciante agricolo, soprattutto se africano e subsahariano, guadagna, come ha detto Seedy, ventott’anni, pure lui del Gambia, “cinque euro l’ora. Trenta euro al giorno. Per sei ore di lavoro”. Che poi, alla fine, pare diventino 8. Perché, come ben si capisce dalle parole in video di Seedy, neanche colazione e pranzo sarebbero “a gratis”. Infatti, non solo i braccianti se li porterebbero da casa, ma quel paio che utilizzano per mangiare sembrerebbe proprio che a fine giornata siano tenuti a recuperarle. Lavorando un paio d’ore in più, questa volta gratis, oppure ritrovandosi con 6 euro in meno la sera quando tornano a casa in bicicletta.

Keba, Wira e Seedy. Wira viene dal Senegal, e ha 34 anni. “Non abbiamo niente – dice – e senza un lavoro o la possibilità di lavorare la situazione è ancora più dura. Prima di arrivare in Italia ha attraversato Mali, Burkina Faso e Niger. Su autobus raccogliticci oppure a piedi. Fino ad arrivare in Libia “dove la vita – ha ben spiegato Wira – non conta niente. E se non hai i soldi rischi di essere ucciso”. In Libia c’è stato anche Keba. Passando, però, anziché dal Niger, dall’Algeria. E pure lui, in Libia, è stato schiavo. Per 15 dinari al giorno. Dieci euro. Senza orario. Il barcone per venire in Italia gli è costato mille euro. L’equivalente di 100 giorni. Di schiavitù.


Viterbo - La vita dei braccianti ai tempi del Coronavirus

Viterbo – La vita dei braccianti ai tempi del Coronavirus


Wira in Senegal ha studiato elettromeccanica. Conosce cinque lingue e l’italiano sarà la sesta. Dalla Libia è arrivato in Sicilia con il barcone. Da lì è stato portato al centro di detenzione amministrativa (Cra) di Bari. Da Bari è passato infine a Viterbo. Ha lavorato nei ristoranti, per i catering e a cogliere le olive. Adesso fa l’ambulante. Collanine, braccialetti, calze e fazzoletti. Che già la gente di suo non compra. Figuriamoci adesso che non si possono neanche vendere. Perché non si può più girare.

Impossibile, inoltre, con pochi spicci per le tasche, come per il lavoro nei campi, mettersi da parte qualche soldo. Un po’ di risparmi. Per poter passare la nottata. Quella iniziata ormai da un mese, e di cui nessuno sa ancora dire quando sarà la fine.


Wira

Wira


“Bisogna restare chiusi in casa – dice Wira – è giusto. Ma è veramente dura. Perché non abbiamo niente. Non possiamo fare niente. Passiamo le nostre giornate facendoci qualcosa da mangiare, pregando e guardando la televisione”. Che è sempre accesa sullo sfondo. Una specie di quadro vivente. H24. Tra un telegiornale e l’altro. La Rai e la televisione di stato francese. E, infine, qualche film su Iris. L’ultimo sembrava un western degli anni ’50. Senza però Clarke Gable né John Wayne. “Le sole cose che facciamo – aggiunge Seedy – sono la spesa, andare in farmacia se serve e dal tabaccaio”. 


Viterbo - La vita dei braccianti ai tempi del Coronavirus

Viterbo – La vita dei braccianti ai tempi del Coronavirus


Keba ha la terza media. Seedy invece è laureato. Ha studiato in Gambia storia e scienze sociali. “Il mondo prima di noi”, come lo ha definito. Facendo venire in mente, senza saperlo e nella testa di chi scrive, un libro, che in questa fase ci sta tutto. “Il mondo senza di noi”, di Alan Weisman. “Guardatevi intorno, nel mondo d’oggi – recita la quarta di copertina del libro -. La vostra casa, la vostra città. Il terreno circostante, con il manto stradale, e il suolo nascosto al disotto. Lasciate tutto com’è, ma togliete gli esseri umani. Cancellateci, e osservate ciò che rimane. Come reagirebbe il resto della natura se all’improvviso si trovasse sollevata dall’incessante pressione che esercitiamo su di essa e sugli altri organismi? Quanto ci metterebbe la natura a recuperare il terreno perduto? A disfare le nostre monumentali città, i composti plastici, i rifiuti tossici? Riuscirebbe a cancellare il nostro passaggio? E noi, con la nostra arte e le nostre creazioni, lasceremmo una traccia di qualche tipo, nel mondo senza di noi?”. 

Spoiler. La sola testimonianza dell’uomo che resterà, secondo Weisman, sarà il tunnel sotto la Manica. E basta. 


Seedy

Seedy


Keba in Gambia faceva il falegname. In Italia ha lavorato in un’azienda ortofrutticola. Adesso pure lui è senza lavoro. Seedy a Viterbo è un bracciante agricolo. Come Wira, sono tutti e due musulmani. “Alcuni lavoratori, braccianti anch’essi – racconta Seedy – in questo periodo hanno perso il lavoro perché non hanno più un mezzo per andarci”. E i modi per farlo, pare di capire, sarebbero tre. Perché i campi distano dalle città. Il primo è in bicicletta, per chi si può permettere di comprarla. Il secondo è farsi accompagnare da un amico che ha la macchina e anche la patente riconosciuta in Italia. Smezzandosi poi le spese. L’ultimo sarebbe invece a pagamento. Un argomento di cui i braccianti non parlano. E su cui cade immediatamente un silenzio assordante.


Viterbo - La vita dei braccianti ai tempi del Coronavirus

Viterbo – La vita dei braccianti ai tempi del Coronavirus


I braccianti agricoli migranti, come riportava un dossier della Uila di un paio di anni fa, rappresentano quasi la metà della forza lavoro agricola nella Tuscia e più della metà in tutto il Lazio. Dimenticati in mezzo a enormi distese di campagna dove man mano, nel corso degli ultimi trent’anni, la grande proprietà ha ripreso di nuovo il sopravvento. Dopo secoli di latifondo. Come se da queste parti, l’Ente maremma non ci fosse mai stato.


Viterbo - La vita dei braccianti ai tempi del Coronavirus

Viterbo – La vita dei braccianti ai tempi del Coronavirus


A starli a sentire, poi, i braccianti agricoli sembrano essere organizzati e distribuiti nei campi secondo rigide gerarchie. Come tra capi reparto e operai nelle fabbriche di una volta. Ai vertici della scala gerarchica, chi guida il trattore, ad esempio, c’è una comunità. Ai piedi della stessa un’altra. In mezzo altre ancora. A seconda della lealtà e dell’impegno che dimostrano in favore della proprietà. E in fondo alla scala ci sono i subsahariani. Giovani provenienti dagli stati africani a sud del deserto del Sahara. Loro sono i braccianti che stanno peggio di tutti. E il grosso dei loro guadagni finisce per mettere insieme il pranzo con la cena e pagare affitti da 350 euro al mese per case buie, di pochi metri quadrati e con la muffa sui muri. Il resto va in bollette e soldi mandati alle famiglie che vivono in paesi messi in ginocchio da secoli di colonialismo e sfruttamento. Famiglie che non vedono da anni. Wira da tre, Seedy da 4 e Kiba da un paio e mezzo. Il cellulare, altra spesa, rimediato, serve a mantenere i contatti e a dire a padri, madri, sorelle e fidanzate che sono ancora vivi. “E noi siamo fortunati – dice Wira – perché un nostro amico senegalese non vede moglie e figli da 10 anni”.


Viterbo - La vita dei braccianti ai tempi del Coronavirus

Viterbo – La vita dei braccianti ai tempi del Coronavirus


Wira, Keba e Seedy sopravvivono. Al Coronavirus e alla fame. Grazie anche all’aiuto e alla solidarietà di singole persone, così come al sostegno che di volta in volta sta dando alle famiglie in difficoltà l’associazione culturale islamica di Viterbo, diretta da Muhammed Kdib, che in queste settimane ha donato 500 euro alla Croce rossa italiana, raccolti tra i lavoratori, e dato la propria disponibilità al comune di Viterbo per distribuire buoni pasto e tradurre informazioni e normative in vigore. Un lavoro intenso fatto di famiglie che mettono a disposizione quello che possono e un’organizzazione che lo distribuisce, anche con l’aiuto logistico di alcuni sindacalisti. Cercando inoltre di gestire e indirizzare la costante richiesta di informazioni che arriva. Col telefono, che squilla in continuazione. Un lavoro incessante. Perché, come ha già detto Keba, “stare in casa senza mangiare”. E’ veramente difficile.

Daniele Camilli


Multimedia: Fotocronaca: La vita del bracciante ai tempi del Coronavirus – Video: Le storie di Wira, Keba e Seedy


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