Viterbo – La febbre alta. Il respiro che viene meno per via della tosse sempre più forte. Il ricovero in ospedale, la paura di morire e il ritorno alla vita.
Il racconto di Roberto Cannuccia parla di un mese e mezzo in cui il Coronavirus ha stravolto la sua vita. “Sono sanissimo – spiega –. Non avevo l’influenza da cinque anni. Il Covid? Può colpire chiunque“.
Ricoverato all’ospedale di Belcolle il 15 marzo, Cannuccia ha trascorso 37 giorni tra malattie infettive, terapia intensiva e sub-intensiva. Un periodo lungo e difficile in cui ha lottato contro il virus ed è riuscito a sconfiggerlo. Il tutto grazie anche a quelli che chiama i custodi della sua persona.
Chi sono?
“Tutti i componenti del personale sanitario dell’ospedale. C’è chi li chiama angeli e chi eroi. Io preferisco chiamarli custodi, perché non si limitano a curarti ma ti accompagnano in tutto il processo fisico e mentale di una malattia. E’ anche grazie a loro se sono ancora vivo”.
Quando è iniziata la brutta avventura?
“Esattamente il 6 marzo. Tornato dall’ufficio ho accusato febbre alta, tosse secca e dolori articolari in tutto il corpo. Il medico mi ha prescritto una cura di cinque giorni ma al termine del periodo le mie condizioni erano peggiorate. Passati altri quattro giorni, spinto dai miei famigliari, ho contattato il 118. Mi hanno fatto il tampone ed è risultato positivo”.
E’ stato ricoverato nel reparto di malattie infettive?
“Sì. Era domenica 15 marzo. Le cose peggioravano e dopo una lastra polmonare è avvenuto l’immediato trasferimento in terapia intensiva. L’ultima cosa che ricordo è una struttura di plastica e vetro che mi hanno collegato per respirare l’ossigeno”.
Dopo?
“Otto giorni di buio. Mi hanno intubato e somministrato farmaci ma non ricordo nulla. Ero in bilico tra la vita e la morte. Nel reparto i parenti non possono entrare ma fortunatamente la comunicazione è ottima. Ogni sera il dottor Carlo Trevi chiamava i miei famigliari per fare un piccolo resoconto della giornata”.
Com’è stato il risveglio?
“Molto diverso da come si vede nei film. E’ un processo molto lento. Inizialmente vedi solo una luce indistinta e senti delle voci che parlano. Successivamente le figure assumono anche i contorni”.
Poi le sue condizioni sono migliorate.
“Sì. Sono passato alla sub-intensiva che è il punto di passaggio tra la terapia intensiva e il reparto di malattie infettive. Ero ancora collegato ai macchinari che tengono sotto controllo i vari parametri. Per via dei farmaci non muovevo ancora le gambe ma le cose andavano meglio”.
Quando ha ricevuto la notizia della guarigione?
“Dopo il trasferimento a malattie infettive e il doppio tampone negativo. Sono stato dimesso il 20 aprile. Ora sono a casa e faccio esercizi di riabilitazione. Praticamente devo imparare di nuovo a camminare e non vedo l’ora di tornare alla vita normale”.
La sanità ha funzionato?
“In maniera impeccabile. Queste persone lavorano in condizioni estreme e lo fanno con una forza incredibile. Ho trovato professionalità e soprattutto umanità. In terapia intensiva le infermiere mi tiravano su il morale con battute o domande sulla mia vita. Ci tengo a ringraziare la dottoressa Giulia Ranaldi, il dottor Andrea Sanapo e tutto il personale”.
Samuele Sansonetti
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