![]() Antonio Cuzzoli ![]() Coronavirus – Una terapia intensiva ![]() Allerta Coronavirus ![]() Il test del Coronavirus |
Viterbo – “La situazione è drammatica ed è umanamente devastante”. Antonio Cuzzoli è un medico e dirige il dipartimento di emergenza-urgenza dell’azienda socio-sanitaria territoriale di Cremona. Una delle province italiane più duramente colpite dal Coronavirus. La prima linea. “Solo a Cremona città – spiega Cuzzoli – abbiamo avuto 1600 malati, in 40 giorni. Ed è ancora la percentuale più alta”.
Cuzzoli è originario di Caprarola, nipote di Pietro Cuzzoli, carabiniere ucciso l’11 maggio 1980 da due terroristi a Ponte di Cetti, durante gli anni di piombo, e tra il 2006 e il 2011 ha diretto il pronto soccorso dell’ospedale Belcolle di Viterbo.
“Stiamo cercando di sopravvivere – prosegue Cuzzoli -. Ma quello che ci ha tenuto in piedi è stata ed è la convinzione dell’essere umano. La convinzione di aver bisogno gli uni degli altri. Poi ogni guerra richiede un’analisi. E noi dobbiamo già fare analisi per mettere in atto miglioramenti del nostro servizio sanitario”.
Dottor Cuzzoli, quale è adesso la situazione in Lombardia e nel cremonese?
“La situazione è drammatica e umanamente devastante. Abbiamo 40 morti al giorno. Le salme portate via dai camion militari. Una cosa del genere era impensabile fino a due mesi fa. Ma non siamo eroi. L’eroismo è un personalismo estemporaneo. Gli ideali di chi invece vuole rispondere al proprio dovere sono una cosa diversa. Il numero dei morti è ancora alto e i decessi sono il risultato di molteplici fattori, sicuramente legati a una virulenza che non ci aspettavamo e che non era prevista”.
Lo stato di allerta è stato proclamato alla fine di gennaio. Nei giorni successivi non si poteva fare già qualcosa?
“Certo, dalla fine di gennaio al 20 febbraio qualcosa si sarebbe potuta fare. E non è il senno del poi, il criticare”.
E cosa si sarebbe potuto fare in questo periodo di tempo?
“Ad esempio potenziare le strutture di emergenza. Noi abbiamo modulato il nostro ospedale giorno per giorno per rispondere a quelle che sono le fasi dell’emergenza. E adesso non si tratta più di emergenza. L’emergenza è un periodo limitato che abbiamo abbondantemente superato. L’emergenza è diventata ora una guerra. Io sono stato in ospedale 31 giorni di fila. E ogni 12 ore, assieme al direttore generale e al direttore sanitario, abbiamo fatto l’unità di crisi. E tutto questo per modulare l’ospedale”.
Che risultati avete ottenuto modulando l’ospedale?
“L’ospedale di Cremona è passato da 10 posti letto di terapia intensiva a 58”.
In quanti giorni?
“Sette giorni. E all’inizio abbiamo fatto tutto con gli stessi operatori. Poi sono arrivati gli aiuti di operatori anche giovani. Però si sono ammalati alcuni degli altri. Dieci medici, di cui uno in rianimazione. Un giovane medico”.
Sono diversi i medici che si sono ammalati, secondo lei come è stato possibile?
“I dispositivi di protezione li abbiamo sempre avuti. Non ci sono mai mancati. E questo in ospedale. Forse è stato diverso sul territorio. In ospedale abbiamo sempre curato molto la vestizione e la svestizione, con procedure ferme e precise. Però la carica virale di diversi pazienti è stata molto importante. I colleghi che si sono ammalati in maniera più importante hanno avuto contatti con pazienti più gravi. E basta una piccola distrazione. A volte anche gli occhiali, perché le congiuntive sono uno dei punti di ricezione più importanti del virus. Quindi anche gli occhi vanno coperti. Le disposizioni del ministro della salute Speranza, sono perfette”.
In questi anni la sanità pubblica ha subito diversi tagli che adesso sembra proprio li stia scontando tutti…
“Esatto. Altroché. Stiamo vivendo quello che noi medici internisti d’urgenza abbiamo reclamato da anni. L’ospedale è diventato sempre più un ospedale di tipo programmato. Quindi le visite, gli ambulatori, eccetera. Però l’ospedale deve reggersi su un dipartimento funzionale di emergenza capace di coinvolgere le vere strutture che rispondono alle emergenze e alle urgenze. Questa è una guerra che non avevamo previsto”.
Perché secondo lei lo stato non ha requisito gli ospedali privati?
“Ottima domanda. Personalmente ho più volte sollecitato una risposta integrata tra territorio e ospedale. A Cremona abbiamo tre cliniche private che hanno fatto il loro dovere”.
In questa guerra contro il Coronavirus, quali sono oggi le figure centrali all’interno di un ospedale?
“A Cremona l’unità di crisi ha funzionato e ha lavorato bene. Il direttore generale per primo, il direttore sanitario, il direttore di presidio e quello di dipartimento. Abbiamo tutti lavorato bene. Hanno lavorato bene gli pneumologi, gli infettivologi. Tutti. Ma chi è che ha lavorato in maniera straordinaria? L’operatore. C’è stata una risposta di grande spessore grazie a tutti gli operatori, vale a dire i medici, gli infermieri, gli operatori sociosanitari. Le signore delle pulizie. Non dimentichiamoci di loro”.
Ci sono anche molti medici di medicina generale che in queste settimane stanno combattendo una battaglia direttamente sul territorio…
“Assolutamente sì. I medici di medicina generale si sono trovati a combattere una battaglia nel deserto dei tartari. A loro va fatto un plauso enorme. Perché sono andati a visitare le persone senza avere presidi. Molti medici di medicina generale hanno inoltre esposto problematiche, con buona parte di ragione, perché sono state ritardate le misure procedurali per una chiara esemplificazione su cosa avrebbe dovuto e potuto fare il medico di medicina generale. La regione Lombardia si è mossa e ha istituito le unità di risposta di medicina di continuità assistenziale che vanno a casa del paziente, vedono le condizioni di salute, valutano la possibilità del tampone e poi considerano la necessità dell’intervento in ospedale”.
Il virus sta iniziando a colpire anche la popolazione in giovane età. Si tratta di casi oppure anche questa sta diventando una delle dinamiche del Covid?
“La popolazione più colpita è quella anziana, ma stiamo riscontrando e stiamo ancora vedendo pazienti giovani, quarant’anni e anche meno. Ho seguito personalmente il caso di una persona di 34 anni, sanissima, che è stata purtroppo intubata”.
E non aveva patologie pregresse?
“Nessuna. credimi, nessuna. Il ragazzo che ho citato prima, è un ragazzo atletico e forte”.
E cosa è successo?
“E’ stato a casa una settimana con la febbre alta. Quindi la sorveglianza domiciliare non deve essere passiva”.
Cosa serve per evitarlo?
“Serve una medicina che vada a casa. E può essere il medico ospedaliero, il medico di medicina generale, può essere il medico di continuità assistenziale. L’importante è che ci si muova per fare un filtro nel domicilio del paziente e poi un ponte per l’ospedale. In ospedale deve arrivare il paziente che non può essere gestito a casa. Ma non può arrivare in condizioni disperate”.
Chi può fare da ponte?
“Il medico di medicina generale purché sia stabilità una linea operativa e procedurale chiara. Perché i medici di medicina generale vanno protetti. Bisogna dargli dispositivi e presidi, anche terapeutici”.
La Lombardia è uno dei centri sperimentatori dei farmaci contro il Coronavirus. Quali sono quelli che utilizzate nelle vostre terapie?
“I farmaci sono essenzialmente gli antivirali. Gli antivirali vanno a colpire la replicazione virale, diminuendola. L’anti interleuchina 6 e l’anti interleuchina 1 vanno poi a colpire la malattia. Infine c’è il vero farmaco che cura la malattia. Il tocilizumab. Questa è la cura. Una cura in cui il paziente grave deve essere sottoposto a una terapia di immunomodulazione che permette una pronta risposta. Il tocilizumab va a curare l’infiammazione. Perché i pazienti muoiono per processi infiammatorio flogistici e trombo embolici dell’alveolo”.
Che vuol dire?
“L’alveolo è l’unità funzionale del polmone. Quel sacchettino dove vengono scambiati ossigeno e andridrite carbonica. A causa del Covid quel sacchettino collassa, ossia viene danneggiato dalla risposta infiammatoria del virus”.
Quando arriva una persona in ospedale, cosa prevedono i protocolli?
“Il mio protocollo prevede una tac precoce a tutti i pazienti in pronto soccorso. Questo permette di individuare subito i pazienti a evoluzione critica severa. Dopodiché li indirizziamo verso una terapia precoce in un posto di assistenza medio alta. Ecco, ad esempio, a cosa serve l’ospedale modulare e modulato su più livelli di intensità di cura”.
E con i farmaci come intervenite?
“L’antivirale va dato ai pazienti che hanno una carica virale importante o comunque con indici infiammatori molto alti. Poi c’è l’anti interleuchina 6 che è un farmaco salvavita che va dato a pazienti critici che stanno evolvendo rapidamente”.
Prima di arrivare in ospedale c’è comunque tutta una fase domiciliare…
“Sì, è una fase preliminare importante. Una fase in cui il tampone andrebbe fatto per i pazienti che presentano una sintomatologia anche lieve. Se infatti prendo 100 pazienti, 80 vivono una malattia molto lieve. Sono i cosiddetti paucisintomatici. Persone che hanno piccoli sintomi, mal di gola, raffreddore, qualche volta febbricola e finisce lì. Queste persone di solito non vengono tamponate”.
Perché invece è stata fatta la scelta di tamponare soltanto le persone malate?
“Perché c’è stata questa scelta. Probabilmente fatta sulla base di disponibilità, di risorse. E questo secondo me provoca che il paziente, che non ha grossi sintomi, resta a casa, si mette in quarantena e si cura di solito con la tachipirina. E il tampone non gli viene fatto”.
Questa scelta non potrebbe anche aver alterato le statistiche su chi ha contratto il virus e chi no?
“A mio modesto parere sì, perché il tampone è stato fatto solo alle persone malate”.
Quali sono i principali fattori di gravità per capire se una persona potrebbe aver contratto o no il Coronavirus?
“Il primo parametro importante per la gravità è la febbre superiore ai 37,5 gradi. Il secondo parametro è l’attività cardiaca che non dovrebbe superare i 100 battiti al minuto. Il terzo, più importante ancora, è la saturazione di ossigeno. Se presenta questi sintomi deve chiamare il medico”.
Un paziente con sintomi lievi cosa deve fare?
“Se ha sintomi lievi deve stare a casa. E sarebbe utile cominciare un trattamento di primo livello. Sempre sotto la guida del medico e degli operatori che andranno a monitorare il paziente. Medici e infermieri possono valutare poi giornalmente questi pazienti. Almeno per 14 giorni. Se tutte le cose vanno bene, il paziente rimane a casa e non si contamina lui e l’ambiente ospedaliero”.
I pazienti che arrivano in ospedale quale percorso seguono?
“In ospedale noi abbiamo messo un pre-triage, il tendone della protezione civile per intenderci. Lì ci sono medici e infermieri che decidono se il paziente deve seguire un percorso Covid oppure non ha bisogno di percorso Covid e va nel percorso cosiddetto pulito. Quindi in un pronto soccorso deve esserci un percorso Covid e uno non Covid. Poi l’ambulanza che arriva con un paziente in condizioni di emergenza non viene fermata nel pre-triage ma va direttamente in pronto soccorso”.
Dopo quanto tempo un paziente Covid può dirsi guarito?
“Noi abbiamo avuto una variabilità piuttosto estesa. Quelli più gravi sono dentro da più di un mese. Poi c’è stato chi ha risolto la propria criticità in pochi giorni e li abbiamo rimandati a casa per finire la quarantena. Durante questo periodo deve fare due tamponi ed entrambi devono risultare negativi. E chi supera la malattia torna a fare una vita normale. Anche se è lunga”.
Le mascherine Ffp2 e Ffp3 vanno usate solo dagli operatori sanitari oppure le possono utilizzare anche i cittadini?
“Se un cittadino mette la Ffp2 o la Ffp3 per andare a fare la spesa, e magari è portatore del virus, rischia di trasmetterlo agli altri. Le mascherine Ffp2 e Ffp3 le dovrebbero portare solo gli operatori sanitari a stretto rischio. Mettendo sopra anche una mascherina chirurgica per maggiore sicurezza. La mascherina chirurgica isola naso e bocca in uscita e in entrata. La Ffp2 e la Ffp3 servono a respirare meglio proprio perché hanno una valvola che chiude l’entrata ma non chiude l’uscita. E queste mascherine le dovrebbero usare solo gli operatori sanitari, a stretto rischio, per manovre sanitarie. Ad esempio in pronto soccorso, chi fa la broncoscopia, i pneumologi, i rianimatori. Il cittadino che va a fare la spesa, perché deve mettere la Ffp2 o la Ffp3 se non sa di essere sano? E per saperlo, dovrebbe fare un tampone al giorno. Se un cittadino mette la Ffp2 o la Ffp3 e magari è portatore del virus rischia di trasmetterlo agli altri. Quindi è bene che la Ffp2 e la Ffp3 la portino soltanto gli operatori sanitari e chi sta veramente a contatto con situazioni di rischio. Coprendola anche con una mascherina chirurgica che è una protezione in più. Così, in questo modo, l’isolamento è in entrata, grazie alle Ffp, e in uscita, grazie alla chirurgica. Questo per gli operatori. Per i cittadini va bene la mascherina chirurgica che li isola sia in entrata che in uscita”.
Quando finirà la guerra contro il Coronavirus?
“Senza vaccino non ne usciremo. Questo è un virus nuovo di cui non abbiamo ancora una conoscenza approfondita. La ricerca si sta muovendo in maniera molto importante. Ma il vaccino non arriverà domani mattina. Poi dovremo valutare le persone per capire se hanno superato o no la malattia. Mi auguro che l’ondata principale sia in lieve diminuzione per poi uscirne in prima estate. Dopodiché andrebbero messe in atto tutte le misure per evitare che con l’autunno ci sia di nuovo una nuova infezione”.
Tutto quello che sta accadendo, secondo lei che impatto sociale avrà?
“Terrificante. Il problema sociale sarà l’onda terribile di tutto quello che sta accadendo in questo momento. Ho a cuore tutte le persone che non possono lavorare e non lo stanno più facendo da tanti giorni. Lo stato, quello non la S maiuscola, deve sopperire a tutto questo e venire incontro a tutte le fasce sociali che hanno bisogno. Ma lo deve fare in maniera pronta. Perché una persona che sta male economicamente poi sta male anche di salute. E questo, uno stato civile non lo può e non lo deve permettere”.
Daniele Camilli



