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Multa al prete che dice messa, ma è davvero giusto vietarle?

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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – Non frequento i riti e mi consolo con la misericordia di Francesco che invita a parlare direttamente con Dio “minacciandolo” pure, se serve. D’altronde in questo mondo, canta Guccini, ci ha schiaffato lui.

Sono tanti però quelli che a messa ci vanno e lo farebbero di più in tempo di coronavirus, ma i vescovi si son preoccupati del rischio contagio per assembramento e anche a Viterbo “non è possibile partecipare alle celebrazioni tutti insieme”.

Tuttavia, a Gallignano, un paese della Lombardia più colpita, il parroco don Lino distingue: un conto l’assembramento giustamente proibito, un altro il diritto alla messa. Quindi distanzia i fedeli con mascherina di quattro metri ciascuno e celebra utilizzando pure le pinzette per la comunione.

Ma il sindaco manda i carabinieri che lo multano mentre predica davanti a 14 persone sparse in 300 mq. Ne parlano i giornali e l’onorevole Sgarbi lo difende, Costituzione alla mano.

Don Lino è colpevole? Ne ho parlato ad un importante costituzionalista di cui mi fido, il professor Sandro Diotallevi, e mi son convinto che neanche il governo può privilegiare un diritto costituzionale rispetto ad un altro, quello alla salute e quello a professare liberamente la religione, consentendo al cittadino consumatore di andare a fare la spesa al supermercato per soddisfare i naturali bisogni del corpo e negando invece al cittadino fedele di soddisfare le esigenze dell’anima secondo i riti della sua chiesa. Naturalmente a condizione che siano rispettate le norme sul distanziamento, la sanificazione, le mascherine eccetera.

L’amico giurista mi ha ricordato che “tra i cardini del giudizio sulla costituzionalità di una norma c’è la ragionevolezza e anche le limitazioni severe da parte della legge sono legittime ma debbono essere ragionevoli”.

Allora, il prete di Gallignano potrebbe non essere un ribelle e viene da chiedersi se dietro la decisione dei vescovi italiani per le messe in streaming non ci siano problemi organizzativi ritenuti di non facile soluzione e cioè assicurare le condizioni di contenimento del contagio con avvisi all’esterno e distanziamenti all’interno dei luoghi di culto.

Certo dappertutto no, ma in quelle basiliche, cattedrali e chiese grandi tre volte un supermercato forse si potrebbe e un posto così c’è più o meno dovunque. D’altronde i praticanti non pare siano più tantissimi. Una minoranza, come tale da difendere e chi ha orecchie da intendere…. prima che Conte emani il prossimo decreto.

Renzo Trappolini


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