- Viterbo News – Viterbo Notizie – Tusciaweb – Tuscia News – Newspaper online Viterbo – Quotidiano on line – Italia Notizie – Roma Notizie – Milano Notizie – Tuscia web - https://www.tusciaweb.eu -

“Nel suo andamento brutale il virus fa paura, ma non posso mollare…”

Condividi la notizia:

Luciano Caterini, primario di malattie infettive di Belcolle

Luciano Caterini, primario di malattie infettive di Belcolle

Viterbo – Un mese fa iniziava l’emergenza Coronavirus nella Tuscia. “Eravamo tutti un po’ frastornati”, racconta Luciano Caterini, primario di malattie infettive e responsabile del reparto Covid di Belcolle. In questi circa trenta giorni, quasi trecento persone sono state contagiate. Otto sono morte, ma iniziano a esserci i primi guariti. E ieri, per la prima volta, nessun nuovo caso è stato registrato. “Stiamo iniziando a vedere i primi, piccoli, risultati – dice Caterini -. E non possiamo mollare proprio adesso”. Perché la “guerra” contro la “brutta bestia” non è ancora finita. Nonostante Caterini, come tutti i medici e gli operatori sanitari, sia ormai “stremato”. “Ma non mi posso fermare – afferma -. Devo continuare a salvare vite umane”.

Per un medico cosa vuol dire lavorare in tempi di Coronavirus?
“Fare qualcosa di completamente diverso da ciò che abbiamo sempre fatto. È un’esperienza dura e a volte surreale, con stress fisici, psichici ed emotivi senza precedenti. Nel mio reparto siamo tutti provati, anche perché non ci sono più giorni festivi né turni di riposo. Ma dobbiamo continuare a lavorare. E lo stiamo facendo con forza”.

L’ha definita un’esperienza surreale, perché?
“È surreale sapere che i pazienti sono isolati dai loro affetti. Questa cosa non mi lascia indifferente. Tutti noi cerchiamo di dargli conforto, ma ovviamente gli mancano i familiari. Chi può, al massimo li sente per telefono. Ma non possono avere la moglie o i figli vicini e che gli stringono la mano. Tutto questo me lo porto a casa quando rientro la sera. Ovviamente se i pazienti hanno bisogno di parlare, noi ci siamo. Per loro questa condizione non è per nulla semplice, ed è per questo che la Asl ha istituito anche un percorso psicologico”.

Siete al fronte, contro che tipo di nemico?
“Siamo in guerra. Il Covid-19 è una brutta bestia, e ce ne siamo resi conto giorno dopo giorno perché all’inizio non lo sembrava. Essendo un virus nuovo non lo conoscevamo, e purtroppo di certezze ne abbiamo ancora poche. Certo, stiamo facendo grossi passi in avanti. Ma abbiamo ancora da lavorare”.

Tra i primi ad aver contratto il virus nella Tuscia c’è stato un suo collega, un infettivologo che lavora nel suo reparto. Vi siete spaventati?
“Ci siamo preoccupati, sia per la sua che per la nostra salute. Eravamo anche all’inizio dell’emergenza, e quindi un po’ frastornati. Per un periodo pure noi siamo stati in isolamento, ma alla fine grossi problemi non ce ne sono stati fortunatamente”.

Da quel giorno, circa un mese fa, quasi trecento persone sono state contagiate nella nostra provincia. Qual è la situazione attuale?
“C’è stabilità, con i casi che né crescono né diminuiscono”.

Ma si è aperto il fronte di Villa Immacolata. La preoccupa?
“Sì, perché è una casa di cura. E nelle case di cura ci sono persone fragili. Soprattutto anziani, che sono maggiormente a rischio e che hanno prognosi più gravi”.

Personalmente il virus le fa paura?
“Nel suo andamento più brutale, mi spaventa. Fa paura. Sono un medico e come tutti i sanitari sono in prima linea, quindi più esposto al contagio. Ma il mio lavoro è anche questo, e non mi posso fermare”.

Come è cambiata la sua vita dall’inizio della pandemia?
“Da circa un mese e mezzo sto lavorando, come tutti, dodici ore al giorno in ospedale. Stiamo faticando, ma posso dire che stiamo tenendo botta e stiamo sul pezzo”.

Non è stremato?
“Certamente. Lo sono sia fisicamente che psicologicamente. Ma bisogna andare avanti, perché purtroppo non è finita. Anzi, sta iniziando il momento più delicato. Stiamo incominciando a vedere i primi, piccoli, risultati e se mollassimo adesso manderemmo all’aria tutto ciò che di buono abbiamo fatto. Per questo non posso che inviare tutti a stare a casa, a non uscire se non per le estreme necessità e a mantenere la distanza di un metro, due metri dall’altro. È questa la terapia più importante”.

In reparto quali sono i momenti più difficili?
“Quando un paziente, che magari era entrato sulle proprie gambe o solo con la febbre, in pochissimo tempo ha una grave insufficienza respiratoria e finisce in terapia subintensiva o intensiva. A quel punto iniziano le manovre di rianimazione e di intubazione, che sono momenti di forte tensione”.

E quelli positivi invece?
“Dimettere un paziente fa molto piacere. Ma è una gioia anche quando dalla rianimazione li estubano e li mandano da noi in subintensiva o in reparto. A quel punto iniziamo a vedere un po’ di luce, la cosiddetta luce in fondo al tunnel. Ricorderò per sempre quando abbiamo dimesso il primo paziente Covid e la prima volta che il rianimatore mi ha chiamato perché aveva estubato un uomo”.

Finita la pandemia che medico sarà?
“Sono anni che lavoro in ospedale e mi era già capitato di finire in prima linea: negli anni ’90 con l’Aids, che è stata un’epidemia sconvolgente. Ma il Coronavirus ha impattato in me in maniera ancora più forte, perché coinvolge anche il nostro aspetto psicologico e sociale. Mi sta segnando non poterci baciare e abbracciare, mi sta segnando vedere le strade completamente deserte quando la sera torno a casa”.

Voi medici siete ora considerati degli eroi. Vi arriva tutto questo affetto?
“A lungo si è parlato solo di malasanità, e noi siamo stati quasi sempre maltrattati. Ora stiamo avendo una sorta di riscatto. Ma non è questo che mi interessa. Il mio compito è salvare vite umane. Non mi sono mai tirato indietro, ed è questo ciò che mi continua a far andare avanti. La solidarietà delle persone, la gente che ci porta il pranzo in ospedale, le telefonate e i messaggi di incoraggiamento non possono che farmi piacere. Sono sicuro che questa pandemia aiuterà tutti a capire quali sono i veri valori”.

Andrà tutto bene?
“La preoccupazione ancora resta, ma ogni giorno vedo dei piccoli miglioramenti. E sono questi a darci la forza per andare avanti. Per me, andrà tutto bene e ne usciremo. Non so come e quando, ma ne usciremo”.

Raffaele Strocchia


Condividi la notizia: